La promessa dell’AI era semplice: farci risparmiare tempo automatizzando attività ripetitive come email, gestione personale e processi in background.
La realtà sta andando nella direzione opposta. Diversi studi mostrano un aumento del burnout.
Più efficienza, più fatica mentale
Succedono due cose.
Quando eliminiamo attività di basso livello, come scrivere email, restano solo compiti complessi, come analizzare dati. Questo tipo di lavoro affatica molto il cervello.
In più, avere uno strumento che permette di fare molto di più aumenta il volume complessivo di lavoro. Le persone si sentono più coinvolte, ma lavorano più ore.
Uno studio etnografico di otto mesi su 200 dipendenti, condotto da Aruna Ranganathan e Xingqi Maggie Ye, mostra che l’uso dell’AI intensifica il lavoro invece di semplificarlo.
Un’analisi di Boston Consulting Group parla di effetto “brain fry”: usare bene l’AI, insieme alle altre attività, raddoppia o triplica lo sforzo mentale, con più errori e risultati peggiori.
Il cervello ha limiti precisi
Guardare l’AI analizzare documenti e generare risultati in pochi secondi fa dimenticare un punto: il cervello umano ha limiti stretti.
Non è una macchina infinita. Si affatica rapidamente. Basta provare a ricordare una lista di dieci elementi per accorgersene.
Uno dei limiti riguarda la memoria di lavoro. Per anni si pensava potesse gestire sette elementi alla volta. Studi recenti riducono il numero a tre o cinque.
Esiste anche una memoria intermedia, che permette di mantenere informazioni per alcune ore. Anche questa capacità è limitata.
Il multitasking, in pratica, funziona male. Il cervello gestisce con difficoltà più flussi di informazione.
Il costo nascosto del passare da un compito all’altro
Un altro fattore critico è il cambio continuo di attività.
Anche se sembra naturale passare da un task all’altro, il cervello impiega oltre 20 minuti per recuperare la concentrazione piena quando si passa tra attività diverse, come scrivere prompt per l’AI e usare i risultati.
Se si aggiungono riunioni e interruzioni, la produttività cala drasticamente.
Per restare efficienti, il cervello deve “liberare spazio”. E così si perdono dettagli, anche nei lavoratori più esperti.
Più AI, meno energia mentale
Inserire l’AI in giornate già piene aumenta il carico cognitivo.
La tecnologia occupa spazio nei processi mentali, soprattutto quando riempiamo ogni momento libero con nuovi task. Il cervello non si riposa mai davvero.
L’obiettivo era diventare più produttivi. Il risultato spesso è l’opposto: più stanchezza e meno lucidità.
Le idee nascono nel silenzio
Le intuizioni non emergono in una mente sovraccarica.
Arrivano nei momenti di quiete, sotto la doccia o durante una passeggiata. In queste fasi il cervello collega informazioni che normalmente non riesce a elaborare.
Per questo le organizzazioni dovrebbero creare spazi senza riunioni e senza AI. Momenti dedicati alla concentrazione o alla riflessione libera.
Questi spazi devono essere protetti. Altrimenti vengono rapidamente occupati da riunioni e urgenze.
Ripensare il lavoro
Gestire più agenti AI tutto il giorno aumenta lo sforzo mentale oltre livelli sostenibili.
In futuro, il lavoro dovrà essere valutato più sui risultati che sulle ore.
Le persone devono imparare a riconoscere quando fermarsi. Fare pause, dormire, camminare. Il cervello ha bisogno di recuperare energia.
Usare l’AI come partner, non come moltiplicatore
Le aziende devono formare le persone sull’uso corretto dell’AI.
Una minoranza la usa come supporto al ragionamento. La maggior parte delega il lavoro, creando un ulteriore livello da gestire.
La competenza chiave è la metacognizione: riflettere sul proprio pensiero per usare l’AI nel migliorare ipotesi, soluzioni e decisioni.
La vera sfida
Quando si combinano due elementi, tempo di concentrazione senza distrazioni e uso intelligente dell’AI, il carico mentale può ridursi.
L’AI diventa uno strumento avanzato, non una fonte di stress.
Il cervello umano non è progettato per gestire input infiniti. Ma con regole chiare può adattarsi senza perdere efficienza.
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Fortune.com.
Il dottor David Rock ha coniato il termine neuroleadership ed è cofondatore e CEO del NeuroLeadership Institute (NLI), una società di consulenza in scienze cognitive attiva da 26 anni che ha lavorato con oltre due terzi delle aziende Fortune 100.
Chris Weller è ghostwriter e consulente editoriale. È fondatore di 1-Across, una società specializzata nell’aiutare scienziati sociali, imprenditori e pensatori a scrivere libri di saggistica capaci di cambiare il modo in cui le persone vedono il mondo. Ha pubblicato due libri: The Spaces That Make Us: Why Design Is Broken and How We Can Create a Happier, Healthier World e The Performance Culture: Go Beyond Buzzwords to Lead Teams That Win. I suoi articoli sono apparsi su The Atlantic, Harvard Business Review, Newsweek, Business Insider e Fast Company.

