C’è un numero che racconta il cambiamento in corso nel settore farmaceutico meglio di molti altri: 49,1. È l’età mediana degli italiani nel 2025, la più alta d’Europa secondo Eurostat. Un paese che invecchia ha bisogni sanitari diversi, prolungati e meno risolvibili con la logica del farmaco universale. Il modello su cui l’industria farmaceutica ha costruito la sua fortuna per decenni – il cosiddetto ‘blockbuster’, una molecola sola capace di curare milioni di persone – non regge più: al suo posto avanzano terapie costruite su popolazioni sempre più ristrette, a volte definite da una singola mutazione genetica. In questo scenario si inserisce ‘Dialoghi per la Competitività’, la rubrica di Fortune Italia che esplora le forze strutturali capaci di ridefinire la competitività dei sistemi economici e industriali. Per questo numero, il focus è sulla trasformazione del settore farmaceutico: il cambiamento demografico, l’avanzata della medicina personalizzata e le sfide industriali e regolatorie che ne derivano. Per approfondire queste trasformazioni dialoghiamo con Lucia Aleotti, azionista e membro del Board di Menarini, uno dei principali gruppi farmaceutici italiani a vocazione globale.
La transizione verso la medicina personalizzata si intreccia con profondi cambiamenti demografici. L’invecchiamento della popolazione e la crescita della silver economy con la sua domanda crescente di trattamenti per continuità terapeutica e qualità della vita stanno ridefinendo i bisogni sanitari su scala globale. Come si riflette tutto questo sul modello industriale farmaceutico?
L’invecchiamento della popolazione è una sfida per il Sistema Paese, ma è anche il risultato dei progressi della ricerca, che ha contribuito ad allungare l’aspettativa di vita. Dal punto di vista industriale, per una popolazione anziana con una maggiore incidenza di patologie croniche, bisogna garantire continuità terapeutica nel tempo, con soluzioni che accompagnino il paziente nella gestione quotidiana della malattia. Nella ricerca, oggi non si lavora più su pochi prodotti per grandi numeri, ma su portafogli articolati che richiedono competenze specializzate. La sfida è insieme scientifica ed economica: come i sistemi sanitari pagheranno l’onda di innovazione che può portare la terapia giusta al paziente giusto, ma il cui costo non è indifferente dato che è costata centinaia se non migliaia di milioni di euro di investimenti in ricerca. Su questi temi bisogna essere certi che qualunque sia il modello che la politica vorrà seguire, possa portare nuove speranze ai pazienti affetti da varie malattie.
Se l’invecchiamento della popolazione pone sfide rilevanti, apre al tempo stesso le porte alla silver economy, un mercato in forte espansione. Chi riesce a presidiare nicchie terapeutiche ad alto bisogno costruisce posizioni difficilmente replicabili. Come si traduce questa strategia nelle scelte di portafoglio di Menarini?
La storia di Menarini è fatta di ingresso progressivo nei vari mercati del mondo, adattandoci alle esigenze dei pazienti e dei medici. Continueremo in questo modello crescendo in modo diversificato nei vari mercati con molti prodotti sia nelle aree dove siamo storicamente forti, come il cardiometabolico o il respiratorio, sia nell’oncologia, dove siamo un player di medie dimensioni ma molto innovativo. In quest’area la medicina personalizzata sta cambiando concretamente l’approccio alla malattia, lavorando su target sempre più definiti e stiamo concentrando una parte importante dei nostri investimenti nello sviluppo di terapie mirate per il tumore al seno o tumori del sangue rari ma molto aggressivi, aree ad altissimo bisogno terapeutico.
Nella medicina di precisione il vantaggio competitivo si costruisce spesso prima che un mercato esista davvero: la prossimità alla frontiera della ricerca è già una forma di posizionamento strategico. Resta però una variabile che nessuna impresa può governare da sola: il contesto regolatorio e di sistema. L’Italia è oggi il paese più anziano d’Europa, eppure il dibattito sulla spesa farmaceutica fatica a tenere il passo con questa realtà. Quali condizioni servono perché il sistema Italia rimanga attrattivo per chi investe in ricerca e innovazione?
Bisogna fare chiarezza su un tema spesso raccontato in modo non corretto: la spesa farmaceutica in Italia è molto bassa e, se guardiamo alla spesa in farmacia, negli ultimi vent’anni è addirittura drasticamente diminuita. Siamo in un momento molto delicato: per continuare ad assicurare ai cittadini una fornitura di farmaci sicura in qualsiasi contesto geopolitico, è vitale avere strutture industriali farmaceutiche nel Paese. L’Italia ha fatto molto per rendere disponibili ai pazienti terapie innovative, ma il cambiamento delle politiche americane sui prezzi richiede uno sforzo aggiuntivo per eliminare il payback che grava sui farmaci venduti in ospedale. Servono regole chiare, tempi prevedibili e stabilità. Se vogliamo mantenere un’industria farmaceutica forte, dobbiamo considerarla per quello che è: non solo una voce di spesa, ma un asset strategico per il Paese.
Il dialogo con Lucia Aleotti restituisce un quadro in cui innovazione scientifica, trasformazione demografica e sostenibilità dei sistemi sanitari si intrecciano. La medicina personalizzata non è una promessa lontana: è già realtà in molte aree terapeutiche e sta ridisegnando le regole della competizione globale nel farmaceutico. In questo scenario emerge con forza il tema della health sovereignty: la capacità di un Paese di garantire ai propri cittadini accesso continuativo a terapie sicure ed efficaci, indipendentemente dalle turbolenze geopolitiche o dalle pressioni sui prezzi internazionali. Per l’Italia, primo produttore farmaceutico europeo per export, questa sovranità non è un punto di arrivo acquisito, ma una condizione da presidiare attivamente – con politiche industriali coerenti, quadri regolativi stabili e la capacità di tradurre la propria eccellenza manifatturiera in leadership nell’innovazione terapeutica.
‘Dialoghi per la Competitività’ proseguirà nei prossimi numeri con l’obiettivo di offrire una bussola interpretativa, affinché la complessità dei megatrend sia vissuta come terreno fertile su cui costruire una nuova stagione di crescita.

