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15 Giugno 2020

Inapp: 60% italiani promuovono la sanità, ma servono servizi territoriali

Fortune

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In base a un’indagine Inapp il Servizio Sanitario Nazionale è giudicato più che positivamente da 6 italiani su 10, ma per metterlo in sicurezza, dopo l’esplosione del COVID-19, bisogna rilanciare i servizi territoriali, perno delle cure primarie. Per far questo sia con il Cura Italia che con il decreto Rilancio il governo ha messo in campo risorse che puntano anche al riequilibrio tra l’offerta ospedaliera (1.4 miliardi di euro) e i servizi territoriali (1.2 miliardi di euro) nei diversi sistemi locali della sanità italiana. È quanto emerge dallo studio “Il sistema sanitario di fronte all’emergenza: risorse, opinioni e livelli essenziali” dell’INAPP, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche.

 

 

“La pandemia è scoppiata in modo violento ma la risposta degli operatori sanitari è stata pronta anche nella fase più acuta dell’emergenza – ha spiegato il presidente dell’INAPP, Sebastiano Fadda – l’Italia ha dimostrato con il suo SSN di non essere il malato d’Europa, ma ciò che adesso va fatto è indirizzare le risorse per la sanità pubblica al fine di rilanciare i presidi sul territorio e, allo stesso tempo, rafforzare anche le nuove forme di assistenza consentite dallo sviluppo tecnologico, come la telemedicina, la cui utilità non si esaurisce con la post-pandemia”.

 

In particolare nello studio si mette in evidenza come il nostro Servizio Sanitario Nazionale si caratterizza, rispetto ai sistemi degli altri paesi industrializzati, per due aspetti: i tre principi fondamentali su cui si basa (universalità, uguaglianza ed equità); l’organizzazione (in particolare la governance multilivello e l’integrazione fra l’assistenza sanitaria e quella sociale). Dai dati Inapp-Plus emerge che 6 cittadini su 10 giudicano positivamente la sanità di base e quella di emergenza. Tuttavia questo è il valore medio; rimangono profonde le differenze tra i territori: in Trentino alto Adige e Emilia-Romagna la valutazione positiva è di oltre 8 persone su 10, mentre in Calabria e Molise si scende a 3 persone su 10.

 

L’epidemia del virus Covid-19 ha fatto emergere le differenti capacità dei modelli regionali in termini d’infrastrutture territoriali e di personale qualificato disponibile. In ciò hanno giocato soprattutto il mancato inserimento negli anni del personale infermieristico e il sottodimensionamento nell’offerta di posti letto, drasticamente diminuita a partire dal 2004. Si arriva, nel complesso ad una riduzione netta del 20% di posti letto ordinari, con particolare concentrazione nel Centro Italia (-30%) e nel Meridione (-24%).

 

Giudizi sulla qualità dei servizi della sanità di base

Fonte: elaborazioni su dati Inapp-Plus, 2018

 

 

“L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 ha riaperto in modo prorompente il dibattito sul nostro SSN – scrivono nello studio i ricercatori dell’INAPP – sottolineando capacità e resilienza, ma anche debolezze strutturali complessive di alcune realtà”. A partire dalle carenze delle risorse umane. Emerge infatti come tra il 2011 e il 2017 la quota di lavoratori negli Enti Sanitari Locali con contratti di collaborazione o altre forme atipiche sia cresciuta del 78% e il lavoro temporaneo del 23,7%. Inoltre, in generale, la riduzione di risorse umane ha riportato il numero complessivo di dipendenti del SSN in servizio nel 2017 (658.700 unità) ad un livello inferiore a quello del 1997 (675.800 unità). Le riduzioni degli ultimi anni hanno riguardato, e questo è molto significativo, soprattutto i medici (-6% tra il 2010 e il 2017) e il personale infermieristico, che già risulta notevolmente inferiore alla media dell’UE (5,8 infermieri per 1.000 abitanti contro gli 8,5 dell’UE) e che in media a livello italiano è diminuito del 4% nello stesso periodo. Tutto questo è accaduto mentre è aumentata la spesa diretta delle famiglie: nel 2017 le risorse pubbliche hanno coperto il 74% della spesa complessiva (152,8 miliardi), mentre la spesa diretta delle famiglie il restante 26% (circa 39 miliardi, di cui 35,9 direttamente pagati dalle famiglie e 3,7 attraverso assicurazioni private).

 

Rapidamente e congiunturalmente il decreto Cura Italia e più compiutamente il decreto Rilancio hanno previsto misure specifiche dedicate al settore sanitario. Mentre il primo è nato come prima risposta emergenziale e disponeva misure urgenti per il sistema sanitario, il decreto Rilancio interviene in una prospettiva più ampia. “Ma questa deve abbracciare – ha aggiunto il presidente Fadda – anche problemi finora sottovalutati, come il miglioramento della governance, la ridefinizione del rapporto pubblico-privato, l’effettiva possibilità di accesso in tempi congrui al servizio pubblico e il rafforzamento stabile del personale medico e infermieristico”.

 

Nel complesso il decreto Rilancio porta il fabbisogno sanitario standard, per il 2020, sino a 119.556 milioni, con un’incidenza sul PIL del 7,2% (il 3,6% in più rispetto al 2019) a favore di una molteplicità di misure che possono essere raggruppate in tre macro-tipologie di intervento: emergenziale, strutturale e sperimentale. In particolare, in quest’ultima tipologia si possono rintracciare gli interventi o gli strumenti innovativi proposti in risposta alla fase di emergenza la cui utilità non si esaurisce con la post-pandemia e al contrario possono costituire un punto di partenza per favorire il cambiamento in un’ottica di più ampio respiro (si pensi alle procedure semplificate di approvvigionamento).

 

“Tra gli interventi strutturali risultano di particolare rilevanza il potenziamento dell’assistenza ospedaliera e dell’assistenza territoriale – annotano i ricercatori dell’INAPP – cui sono associati importanti investimenti in risorse umane (con lo stanziamento di 480 milioni di euro per il reclutamento di personale infermieristico e 734 milioni per il rafforzamento dell’ADI). Segnali, questi, di una risposta organica all’annosa scarsità di risorse e di un possibile futuro riequilibrio tra l’offerta ospedaliera e i servizi territoriali nei diversi sistemi locali della sanità italiana”.

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