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Pfas ‘veleni’ onnipresenti, l’appello degli esperti

Pfas inquinamento
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Invisibili ma molto dannosi per l’ambiente e per la salute umana. Quando si parla di Pfas – sostanze sostanze perfluoroalchiliche – la maggioranza della popolazione pensa che sia un problema connesso alle aree venete del Vicentino e del Veronese. In realtà. Ma questa forma di inquinamento è diffuso quasi ovunque. Il motivo è che le principali fonti di esposizione per l’essere umano includono, oltre all’acqua potabile, gli alimenti, la migrazione da pellicole e rivestimenti alimentari, tappeti, abbigliamento, polvere, cera, prodotti cosmetici.

Dunque anche l’inquinamento generale, sebbene a basse concentrazioni, è molto diffuso e può determinare un accumulo tale da essere alla base di manifestazioni sanitarie associate, come dimostrato da numerosi studi internazionali. La maggior parte degli studi ha infatti considerato popolazioni generali con livelli espositivi di fondo non imputabili a inquinamento industriale. In questi casi anche livelli espositivi relativamente bassi, soprattutto in fasce di popolazione più sensibili, possono comportare significative alterazioni cliniche. E solo in Europa si stimano costi sanitari fra i 52 e gli 84 miliardi di euro all’anno come conseguenza dell’inquinamento da Pfas. Ecco perché, sottolinea Carlo Foresta, ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Padova, occorre intervenire subito e in modo mirato.

Di questi temi si parlerà al webinar “Esposizione a Pfas e manifestazioni cliniche: strategie di intervento sanitario”. L’evento, on-line con iscrizione gratuita, è fissato dalle ore 9 alle ore 13 del 26 marzo. Relazioneranno una ventina di studiosi, tra cui anche Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione del ministero della salute, e Rosario Rizzuto, rettore dell’Università di Padova. Introdurrà i lavori l’assessore regionale alla Sanità, Manuela Lanzarin.

Proprio le ricerche condotte dall’equipe di Carlo Foresta hanno permesso di identificare numerosi meccanismi biologici che sottendono le manifestazioni cliniche associate all’esposizione a Pfas: ridotta fertilità maschile e femminile, ritardo del menarca, ridotta densità ossea, riduzione dei parametri antropometrici e genitali indicativi di un’azione inibente sul testosterone. Sulla base di queste evidenze, la comunità scientifica ha riconosciuto gli effetti dei Pfas come interferenti endocrini e metabolici nell’uomo, promuovendo attività di sensibilizzazione con l’obiettivo di considerare tali sostanze suscettibili di approfondimenti tossicologici, normativi e legislativi.

“Il convegno si prefigge l’obiettivo di tracciare una linea condivisa nel proporre comuni strategie di intervento sanitario e di prevenzione nelle popolazioni a elevato rischio espositivo ai Pfas”, spiega Foresta. “Tuttavia, è utile considerare che l’inquinamento generale a carico di queste sostanze, data la loro diffusione, non è facilmente modificabile dal comportamento dei singoli, né è possibile immaginare un’abolizione a breve termine di queste sostanze chimiche che sicuramente hanno modificato il nostro stile di vita, visto il loro utilizzo in numerosi prodotti di uso quotidiano”.

Cosa fare, allora? “La ricerca chimica per individuare alternative non può basarsi solo su piccole modificazioni di molecole già note – dice Foresta – ma deve individuare sostituti la cui attività biologica sia valutata ancor prima della loro immissione nella produzione industriale. In ogni caso, dobbiamo tutti avere la consapevolezza che l’inquinamento generale è un rischio, l’intervento sanitario sarà decisivo nella tutela della salute pubblica”.

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