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Vaccini Covid in azienda, i compiti del datore di lavoro

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Superamento della fase vaccinale per le fasce più fragili della popolazione e disponibilità dei vaccini. Sono queste le due conditio sine qua non per l’avvio delle vaccinazioni anti-Covid in azienda. Lo stabilisce, nero su bianco, il protocollo interministeriale Salute-Lavoro “Indicazioni ad interim per la vaccinazione anti-Sars-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro” licenziato con il placet dell’Inail.

Tra le indicazioni più importanti contenute nel protocollo si rileva la conferma che la vaccinazione nei luoghi di lavoro andrà in parallelo a quella prevista dal Piano vaccinale nazionale.

Cosa significa in pratica? Che una volta che la campagna vaccinale nazionale sarà riuscita a fornirte una copertura alle persone più vulnerabili, le aziende potranno vaccinare i loro dipendenti e collaboratori anche senza seguire il criteri previsti dal piano del generale Figliuolo. Che tradotto, vuol dire che le imprese potranno vaccinare i propri addetti indipendentemente dall’età o dalla loro condizione di salute. Naturalmente, solo su base volontaria e se ci sarà disponibilità di dosi di vaccino.

“È molto significativo il fatto che questo documento indichi che la vaccinazione anti-Covid effettuata nell’ambiente di lavoro sia espressamente considerata una iniziativa di sanità pubblica e che rappresenti un’opportunità aggiuntiva rispetto alle modalità ordinarie dell’offerta vaccinale”, dice Pietro Antonio Patanè, presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma). “Ciò evidenzia l’importante ruolo delle imprese e dei datori di lavoro nell’ottica di diffondere sempre più la logica della prevenzione e, nel caso particolare, di velocizzare il raggiungimento di un’elevata percentuale di vaccinati anche tra la popolazione attiva”.

In effetti, lo sforzo richiesto alle aziende che vogliano diventare hub vaccinali per i propri collaboratori è notevole. Ad eccezione delle dosi di vaccino, che dovranno essere rese disponibili gratuitamente dal Servizio sanitario regionale per tramite delle Asl, tutto il resto è a carico dei datori di lavoro. Che si dovranno occupare di trovare e allestire adeguatamente i luoghi deputati all’iter vaccinale rendendoli conformi alle caratteristiche previste dal protocollo. Oltre a provvedere alle attività di comunicazione/sensibilizzazione della popolazione aziendale sull’opportunità di vaccinarsi contro il Covid proprio sul luogo di lavoro.

Per non parlare della parte gestionale collegata alla registrazione delle adesioni e alla comunicazione alla Asl, che potrà così consegnare all’azienda il giusto numero di dosi, e burocratica connessa all’inserimento dei dati dei vaccinati nei portali delle Asl. Il che richiede un minimo di competenze e dotazioni informatiche. Non per forza presenti in tutte le realtà, specie se di piccole dimensioni.

“Desidero sottolineare che il protocollo recepisce molte indicazioni già riportate nel primo disciplinare che come Anma avevamo predisposto per la valutazione da parte delle istituzioni e delle parti sociali”, commenta Patanè, ricordando che anche le imprese più piccole, senza un medico competente o prive di luoghi adeguati alla vaccinazione, possono comunque essere parte attiva della vaccinazione dei propri dipendenti.

“È infatti previsto che più aziende possano consorziarsi per trovare un luogo esterno alla propria impresa dove poter organizzare il proprio centro vaccinale a cui indirizzare i dipendenti. Oppure ricorrendo a convenzioni e accordi privati con strutture sanitarie”, aggiunge.

Quanto ai medici d’azienda e competenti che vogliano adoperarsi per le vaccinazioni sui luoghi di lavoro il protocollo parla chiaro: devono aver effettuato il corso Fad Eduiss “Campagna vaccinale Covid-19: la somministrazione in sicurezza del vaccino anti Sars-CoV- 2/Covid-19”, che verrà integrato con uno specifico modulo per la vaccinazione nei luoghi di lavoro a cura di Inail in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità.

Ancora da definirsi la data in cui potrà trovare attuazione la possibilità di vaccinarsi in azienda e in ufficio. La grande discriminante è rappresentata dalla disponibilità di vaccini. Messa alla prova dalle possibili battute di arresto conseguenti alla necessità di valutazione da parte delle autorità sanitarie e regolatorie dei possibili effetti collaterali dei vaccini, come successo per il siero di Astrazeneca e come sta avvenendo per quello di Johnson&Johnson.

Così come non esistono tempi certi circa la durata che potrebbe avere la campagna vaccinale delle aziende. Giacché da un lato esse dovranno garantire anche la somministrazione della seconda dose, se prevista dal tipo di vaccino che sarà reso disponibile, la cui distanza temporale dalla prima varia da siero a siero. E dall’altro il protocollo prevede anche la possibilità di “considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino nei soggetti con pregressa infezione da Sars-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e, preferibilmente, entro i 6 mesi dalla stessa”.

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