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Uomini, donne e salute: cellule kamikaze e differenze

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uomini e donne

“Tora Tora Tora”. Ricordate il mitico film che racconta l’attacco a Pearl Harbour con i caccia giapponesi che si lanciavano, pilota compreso, sulle navi americane ormeggiate? Ebbene, fatte le dovute proporzioni, anche nel corpo umano ci sono cellule kamikaze che si sacrificano, scegliendo la strada della difesa a oltranza.

A volte lo fanno lanciando una sorta di “rete collosa” del tutto simile alla tela di un ragno, per difendere l’organismo dai batteri. Si chiamano neutrofili e sono un particolare tipo di globuli bianchi dalla vita molto breve, pronti a scatenarsi in caso di infezione batterica, suicidandosi per produrre reazioni difensive.

Ebbene, oltre al classico meccanismo di degranulazione, così si chiama tecnicamente questa attività, ora si scopre che proprio i neutrofili potrebbero diventare una chiave per comprendere le differenze di risposta in uomini e donne a quadri gravi d’infezione come le sepsi, o magari anche Covid-19 nelle sue forme più serie.

Il motivo? Queste cellule non degranulano solamente e nemmeno si limitano a sacrificarsi comprendendo al loro interno il batterio. Ma inducono una reazione che, proprio in caso di sepsi, diventa più seria nei maschi rispetto alle femmine. In pratica favoriscono la creazione di vere e proprie trappole filamentose, chiamate tecnicamente NET (la sigla sta per trappole extracellulari dei neutrofili o Neutrophil Extracellular Trap) che portano i neutrofili ad una sorta di suicidio e prevedono da un lato l’autonoma “alterazione” del nucleo della cellula, dall’altro la formazione di “tele” simili a quelle del ragno che in qualche modo favoriscono la formazione di trombosi e di reazioni difensive.

Uomini e donne, in questo senso, pari non sono: e pare proprio che anche questo invisibile meccanismo kamikaze possa contribuire a spiegare da un lato la maggior gravità di Covid-19 e delle sepsi nella popolazione maschile, chiarendo anche come le donne, per un meccanismo diverso, siano maggiormente esposte a malattie autoimmuni.

Non solo: anche l’età giocherebbe un ruolo in questo senso, portando a disegnare una situazione molto curiosa in termini di “personalizzazione” della medicina. L’ipotesi di una vera e propria medicina personalizzata sulla base dei NET nasce da una ricerca di base, condotta su animali, dell’Università della California del Sud coordinata da Bérénice Benayoun.

Il team ha pubblicato i risultati dello studio su Nature Aging, facendo luce su un meccanismo che, in epoca di medicina personalizzata, appare di grande interesse anche perché segnala come genere ed età possano rappresentare elementi chiave per trattamenti “ad hoc”.

In particolare, nello studio si è presa in considerazione la diversa risposta alla sepsi che si osserva negli uomini (normalmente tendono ad avere un quadro più grave) e nelle donne. Attenzione però: la differenza di genere appare “positiva” per il gentil sesso soprattutto nella giovinezza, ma poi anche nelle femmine si tende a perdere qualche colpo.

Secondo la Benayoun questo studio sui neutrofili, potrebbe aiutare a capire perché le persone anziane, e in particolare gli uomini, hanno maggiori probabilità di avere sintomi gravi con Covid-19, o perché le donne sono più probabili avere disordini autoimmuni.

L’attenzione degli scienziati si è concentrata, nei topi, proprio sulla reazione che porta alla produzione della trappola extracellulare capace di chiudere in una morsa i patogeni. Mentre nei topi maschi la reazione è soprattutto votata verso la degranulazione, negli animali femmine tende a sviluppare una maggior frequenza di NET. Tradotto in parole pratiche, proprio l’eccesso di degranulazione potrebbe essere alla base dei danni ai tessuti che si verifica in caso di sepsi anche per la presenza di elevate quantità di una sostanza, l’elastasi neutrofila, che può essere in eccesso proprio in caso di gravi infezioni.

D’altro canto nelle donne la maggior attività di produzione di filamenti “trappola” potrebbe contribuire a spiegare anche l’aumento degli autoanticorpi che caratterizzano la maggior esposizione della donna a malattie autoimmuni, legate proprio alla produzione di anticorpi rivolti contro cellule dell’organismo. Secondo l’equipe della Benayoun, produrre NET senza che ci sia una reale necessità di averli, alla lunga, può “stressare” le difese portandole all’errore.

Sia chiaro, siamo ancora nel campo delle ipotesi sperimentali. Ma la tematica è di grande interesse e in futuro, c’è da esserne certi, potrebbe portare a novità importanti anche sul fronte delle terapie mirate per uomo e donna, oltre che per età. Per i neutrofili, infatti, le “differenze di genere” tendono a farsi più significative con l’avanzare degli anni.