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Covid, il legame tra inquinamento, biodiversità e virus

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inquinamento pianura padana

Il quesito scientifico che si è presentato in quest’ultimo anno sul tavolo di scienziati e ricercatori è se ci sia una relazione tra inquinamento atmosferico, perdita delle biodiversità e diffusione del virus Sars-Cov-2.

Ci si è chiesto quale ruolo possano avere nel decorso severo dell’infezione le esposizioni a lungo termine a polveri “sottili”ed altri inquinanti, anche di poco superiori alla soglia considerata di sicurezza, e come queste micro particelle cancerogene prodotte da scarichi industriali, di automobili e da riscaldamenti, così piccole da penetrare negli alveoli polmonari e nel sangue, siano capaci di attaccare il nostro sistema immunitario.

Questi studi definiscono un’area di ricerca che sta attirando l’attenzione del mondo scientifico e attestano che l’elevata contagiosità e letalità che Sars-CoV-2 ha fatto registrare in vaste zone del Nord Italia durante la prima ondata, potrebbe andare in parallelo all’elevato livello di inquinamento atmosferico delle aree colpite.

A livello globale, i principali effetti dell’inquinamento si associano a patologie quali ridotta capacità polmonare, aggravamento e complicanze di patologie respiratorie croniche, effetti neurologici degenerativi nella popolazione anziana e anche al ritardo nello sviluppo neurologico dei bambini.

Le caratteristiche di suscettibilità agli effetti dell’inquinamento includono principalmente una predisposizione genetica, fattori socioeconomici, età, durata ed intensità della esposizione, e presenza di malattie preesistenti, includendo malattie croniche del sistema cardiocircolatorio e malattie ischemiche che portano ad una maggiore predisposizione alle infezioni respiratorie e al cancro.

Le ipotesi di correlazioni tra le aree a maggior inquinamento atmosferico e la diffusione della Covid-19, hanno sollecitato gruppi di studiosi ad approfondire la possibile associazione, data l’incertezza che ancora riguarda molti aspetti del comportamento del virus e necessitando, quindi, di un approfondimento delle eventuali relazioni di causa- effetto.

Emerge, tra le altre, una ricerca dell’Università di Harvard, guidata dall’italiana Francesca Dominici, che iniziò i suoi studi sull’inquinamento atmosferico riflettendo su come l’aria che respirava in Pianura Padana sottoponesse i suoi polmoni ad uno sforzo maggiore rispetto a quando, da maratoneta, correva a Roma o a quando piuttosto si allenava a Boston.

La scoperta della professoressa Dominici riguarda l’incidenza del tasso di mortalità a causa del Coronavirus in vaste aree particolarmente inquinate, che aumenterebbe del 15% in individui esposti sul lungo periodo al particolato ultrasottile. Lo studio è stato pubblicato su Science Advanced e mette in relazione l’esposizione alle particelle Pm2.5 e Pm10 con un maggior rischio di mortalità per Covid-19, e dimostra come l’inquinamento possa esacerbare la severità della malattia, portando al ricovero in terapia intensiva o al decesso.

Il particolato atmosferico funziona da “carrier, ovvero da vettore di trasporto per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus nello specifico si “attaccano” al particolato atmosferico, che può a loro volta diffonderli e trasportarli anche per lunghe distanze, permettendo al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o addirittura giorni.

Di contro, un aumento delle temperature e di radiazioni solari influisce positivamente sulla velocità di inattivazione del virus, mentre una elevata umidità può favorirne una elevata virulenza. Ciò potrebbe fornirci indicazioni circa una mappatura delle aree più esposte e sollecitare interventi per una bonifica di tali territori, impattando positivamente sui futuri sviluppi della pandemia, ma anche sulla salute globale di tali zone a rischio per l’elevato tasso di inquinamento, anche per altre patologie.

Esiste dunque un legame strettissimo tra fattori ambientali e diffondersi di virus come Ebola, Hiv, Sars-Cov-2, influenza aviaria o altre malattie trasmesse dagli animali all’uomo (zoonosi) ed è una conseguenza di comportamenti errati, passando dal commercio illegale o non controllato di specie selvatiche e più ancora derivanti dall’impatto dell’uomo sugli ecosistemi naturali.

Alla base di epidemie come Ebola c’è, infatti, proprio la distruzione degli ecosistemi, in particolare forestali, i più complessi e ricchi di biodiversità. E’ dunque vitale riuscire a preservare aree incontaminate, contrastare le conseguenze sanitarie ed economiche dello sfruttamento scriteriato delle risorse, rispettare gli equilibri naturali.

La pandemia ha messo a dura prova sistemi economici e sanitari mondiali e ci ha messi di fronte a una grande necessità: tutelare l’ambiente per tutelare la salute globale.

Lo sviluppo e l’aggravarsi della pandemia sono strettamente correlati alla qualità dell’ambiente in cui viviamo. Non abbiamo più tempo da perdere, bisogna perseguire politiche sanitarie ed economiche volte all’equilibrio ambientale, sfruttando questa catastrofe come una grande opportunità, imparando che siamo interconnessi agli altri e alla natura, imprescindibilmente, e che l’unico futuro possibile è nella cooperazione.

*Antonio Giordano, fondatore e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University di Filadelfia e professore di Anatomia ed Istologia Patologica all’Università di Siena