Cure di prossimità per una sanità più equa e sostenibile

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“Avevamo già scritto tutto, ma abbiamo tardato a realizzarlo. La pandemia ha slatentizzato alcuni aspetti strutturali e organizzativi bisognosi di intervento che avevamo già messo a fuoco da tempo. La necessità di ripensare il modello di assistenza sul territorio è tra questi”. Così Mattia Altini, Presidente della SIMM, la Società Italiana di Leadership e Management in Medicina, e Direttore Sanitario della Azienda USL della Romagna, ha cominciato a parlare della debolezza della assistenza territoriale nell’intervista di apertura di Cure di prossimità per una sanità più equa e sostenibile, un progetto dedicato alla medicina di prossimità, alla assistenza territoriale, alla integrazione tra ospedale e territorio. Temi dei quali gli addetti ai lavori parlano ormai da qualche decennio, e sui quali si è consolidato un insieme di conoscenze e di punti di vista condivisi, anche se i progressi sul campo appaiono più lenti di quanto sarebbe necessario.

La pandemia ha fatto emergere, una volta per tutte, la vulnerabilità di questa parte del SSN. E confermato che è ancora sul tappeto un tema particolarmente rilevante, che riguarda il setting di cura ed assistenza di volta in volta più adeguato per il paziente. “Non abbiamo creduto fino in fondo – prosegue Altini – che la medicina di prossimità fosse una risposta credibile. La pandemia ci ha consentito di riguardare ciò che è successo negli ultimi anni con uno sguardo diverso, e con la consapevolezza che il luogo a maggior valore nel quale realizzare parti del percorso di cura e di assistenza non è sempre l’ospedale”.

Nei mesi più duri della emergenza pandemica, la debolezza della assistenza sul territorio ha creato, paradossalmente, le condizioni per alcune sperimentazioni. È stato così anche per la cura e l’assistenza dei pazienti oncologici. “Ci siamo accorti– racconta Altini – che alcuni dei pazienti che venivano chiamati presso il Cancer center per alcune fasi della patologia potevano, almeno in quel momento, beneficiare dello stesso livello di assistenza in un luogo più vicino al loro domicilio e con una consulenza oncologica sempre presente, ma meno diretta ed ospedalocentrica. Così è nato il progetto SmartCare, nel quale abbiamo provato a declinare il setting ideale di presa in carico di questi cittadini”.

L’investimento sul territorio e sulle cure di prossimità sembra un po’ una quadratura del cerchio, anche in termini di sostenibilità. Eppure sinora non si è riusciti ad andare in questa direzione. Per Altini ci sono tre criticità, che rappresentano anche altrettante sfide, che faranno la differenza per vincere la partita sul territorio. La prima è di carattere professionale. È necessario superare le barriere interprofessionali e far sì che tutti si riconoscano parte integrante di un sistema di cura che ha al centro il cittadino. La seconda ha a che fare con gli strumenti. Non si possono utilizzare strumenti vecchi per realizzare progetti nuovi ed ambiziosi, bisogna investire nelle nuove tecnologie, in particolare nel digitale, e in nuovi modelli organizzativi. E per questo servono certamente risorse economiche, ma anche pensiero. La terza riguarda la formazione. È necessario un grande investimento per formare i dirigenti del futuro, in maniera che siano in grado di utilizzare nuovi strumenti e di guardare ai percorsi di presa in carico e al sistema sanitario in maniera differente da come li hanno visti sinora.

Continueremo ad approfondire il tema durante l’evento dedicato il 03/12/2021 alle ore 11:00.

 

 

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