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Ricerca biomedica, il valore della collaborazione

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ricerca

Un ‘Cenerentola’, in grado comunque di portare risultati di eccellenza. In Italia solo l’1,4% del Pil è destinato alla ricerca, rispetto ad una media Ue del 2,07%. La comunità internazionale stima che il livello minimo ottimale dovrebbe essere almeno del 3%. Il numero di ricercatori rispetto agli occupati in Italia è inferiore alla media europea (6,3 ogni 1000 occupati rispetto a 8,9). Ma nelle pubblicazioni scientifiche di qualità l’Italia riesce tuttavia ad essere superiore alla media europea e a Paesi come Germania, Francia e Spagna.

Ebbene, se la pandemia ha avuto effetti devastanti su molti aspetti della vita delle persone, ha anche impartito preziose lezioni sui comportamenti da tenere anche quando tutto sarà finito, compresa l’importanza della collaborazione pubblico-privato per sviluppare in tempi rapidi cure innovative, come ed esempio i vaccini, e renderle fruibili al maggior numero di persone possibile.

Proprio il rapporto tra enti pubblici e organismi privati nella ricerca biomedica è al centro del Libro Bianco “La ricerca biomedica e il rapporto pubblico-privato”, che fa seguito ad una iniziativa dedicata alla Ricerca indipendente sviluppata nel 2019 dagli stessi promotori (la società scientifica di Medicina interna Fadoi e Fondazione Roche).

“La ricerca è da sempre il cuore delle attività che Fondazione Roche sostiene con forte impegno, non solo sotto forma di finanziamenti per la comunità scientifica, ma anche attraverso iniziative di formazione e informazione per far comprendere quanto una ricerca di qualità sia preziosa per i giovani, per gli scienziati, per i pazienti e per l’intero Paese – afferma Mariapia Garavaglia, presidente di Fondazione Roche – pertanto siamo convinti che promuovere una giusta e sana collaborazione tra pubblico e privato possa fare la differenza in quanto garantisce benefici a livello economico, ma soprattutto soluzioni sempre più efficaci per la salute del nostro Paese”.

“Con Covid-19 abbiamo compreso il ruolo significativo che il supporto pubblico può esprimere per accelerare e amplificare lo sviluppo e la disponibilità per i cittadini e i pazienti delle tecnologie per la salute. La gestione dell’emergenza ha evidenziato l’importanza di una visione strategica in tema di salute pubblica, dove la collaborazione pubblico-privato può fare la differenza e rendere il nostro Paese più competitivo” ha affermato il direttore scientifico di Fadoi, Gualberto Gussoni, che insieme a Sergio Scaccabarozzi della direzione scientifica della Fondazione Irccs Policlinico S. Matteo di Pavia ha curato la realizzazione del Libro bianco. “Il rapporto pubblico-privato – aggiunge Gussoni – non è da intendersi solo a livello finanziario, ma anche come contaminazione culturale e di obiettivi, che nella ricerca biomedica devono trovare un sintesi perché il fine ultimo della ricerca deve comunque essere per tutti quello della salute dell’individuo e della comunità”.

Che il valore della ricerca non sia solo finanziario lo sottolinea anche Sergio Scaccabarozzi: “Spesso si tende ad assimilare il valore della ricerca al ritorno finanziario per chi l’ha promossa, ed è indubbio che gli effetti positivi della ricerca sulla salute pubblica consentano a un Paese significativi vantaggi competitivi ed economici, ma ‘valore’ non è solo questo: aspetti più difficilmente quantificabili, come l’impatto sul progresso della conoscenza, sulla qualità della vita, sulla socialità, sul benessere della popolazione sono altrettanto, se non prospetticamente anche più importanti”.

Ma in Italia la collaborazione tra pubblico e privato per lo sviluppo di una ricerca efficace sembra trovare non pochi ostacoli, come ha rilevato l’avvocato Alessandro De Nicola, presidente della Adam Smith Society. De Nicola ha citato l’esempio della sospensione dello sviluppo del vaccino made in Italy dopo che l’azienda privata ReiThera ne aveva già avviato la sperimentazione, e questo a causa del blocco dei finanziamenti pubblici decretato dalla Corte dei Conti per motivi tecnico-giuridici legati al contratto di finanziamento che doveva essere erogato da parte del ministero dello Sviluppo Economico e di Invitalia. “È innegabile – ha affermato De Nicola – che nel nostro Paese la collaborazione pubblico-privato sia spesso ostacolata a causa di pregiudizi e vecchi retaggi. Infatti, da una parte vi è un’antica concezione per cui le aziende private sono fortemente incentrate sul profitto, e dall’altra, per il privato, il pubblico rappresenta un lento meccanismo burocratico. Per questo, spesso nel nostro Paese parlare di collaborazione pubblico-privato è come parlare del diavolo e dell’acqua santa, nonostante talvolta tale collaborazione abbia funzionato”.

La necessità di “superare definitivamente approcci del passato a cui sono da far risalire molte delle criticità e fragilità sperimentate nell’affrontare la pandemia”, è stata sottolineata anche da Luca Pani, ordinario di Farmacologia all’Università di Modena e Reggio e di Psichiatria clinica all’Università di Miami (Florida), secondo cui “in Italia la ricerca e lo sviluppo clinico di farmaci e vaccini dovrebbero ricevere un importante impulso attraverso l’attuazione di proficue collaborazioni pubblico-privato, che siano basate su una chiara definizione e distinzione di ruoli. L’Italia può per esempio contare su una miniera di dati sanitari che necessita di essere valorizzata anche attraverso una trasparente e fattiva collaborazione fra pubblico e privato, nell’interesse della ricerca e della salute per il Paese”.

Carlo Nicora, Dg Fondazione Policlinico San Matteo, nel cui laboratorio di virologia molecolare è stato diagnosticato il primo caso in Italia di infezione autoctona da Sars-CoV2, ha ripercorso le tappe che hanno scandito l’attività sanitaria del Policlinico durante l’emergenza pandemica, e ha ricordato che “nel 2020 la Fondazione è stata in prima fila nella lotta alla pandemia sia dal punto di vista dell’assistenza, che della ricerca con 282 lavori dedicati a Covid-19. Abbiamo cercato, grazie al supporto di Eni, di creare le condizioni per fronteggiare eventuali epidemie future grazie alla creazione di una struttura all’avanguardia nella gestione di emergenze infettivologiche. Nonostante la pandemia, nel 2020 in generale l’attività di ricerca dell’Irccs San Matteo ha generato un numero elevato di pubblicazioni pari a 1186 con un impact factor totale di 6484. Occorre creare le condizioni affinché la generazione di conoscenze scientifiche sia potenziata e valorizzata nell’interesse dei pazienti e del Paese”.

Secondo Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon, “il coordinamento e un assetto collaborativo della ricerca stanno diventando imprescindibili. Sono oggi richiesti approcci condivisi e sinergie tra i diversi attori del sistema salute, tra cui le strutture sanitarie pubbliche, gli istituti di ricerca, le Università e gli enti non profit, al fine di incentivare progetti di ricerca e attività collaborative in cui sia possibile valorizzare e condividere competenze professionali, strutture e dati, con una visione a lungo termine”.

Carmine Pinto, presidente della Federation of Italian Cooperative Oncology Groups, ha ricordato che il Regolamento Ue n. 536/2014, che entrerà effettivamente in vigore a inizio 2022, in merito alla sperimentazione clinica di medicinali per uso umano “pone tutto il mondo della ricerca, dai ricercatori alle Istituzioni competenti e al mondo dell’industria, di fronte a uno scenario completamente rinnovato per il quale è indispensabile rimodulare e modernizzare il sistema ricerca sia a livello europeo sia nei singoli Stati membri. Anche per l’Italia quindi il nuovo Regolamento rappresenta una importante sfida e una occasione per il rilancio della ricerca, e in questa prospettiva diventa indispensabile procedere con cambiamenti normativi, strutturali e organizzativi. L’opportunità del Regolamento dovrebbe tra l’altro creare le condizioni per superare la dicotomia tra ricerca sponsorizzata da aziende farmaceutiche e ricerca ‘no profit’, muovendosi verso una ricerca il più possibile collaborativa e valorizzando le competenze mediche e scientifiche complessive presenti nel nostro Paese, nell’interesse primario dei pazienti”.

Dal canto suo Anna Maria Porrini, direttore medico di Roche Spa, ha auspicato una evoluzione normativa e culturale, affinché gli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo di grandi gruppi industriali del mondo biomedicale/farmaceutico possano trovare uno sbocco importante anche nel nostro Paese, valorizzando una sana e trasparente collaborazione tra pubblico e privato. Per Giuseppe Banfi, direttore scientifico Irccs Galeazzi Milano, ha sottolineato come “il progetto Mind Milano Innovation District, con Human Technopole, l’Ospedale Galeazzi, l’Università di Milano e numerose realtà di ricerca e imprenditoriali private, rappresenti un esempio virtuoso di come anche in Italia sia possibile avvicinare realtà istituzionalmente e culturalmente diverse per fare networking e creare innovazione e valore per tutto il sistema salute”.

“La ricerca biomedica – ha concluso il presidente Fadoi Dario Manfellotto – è sempre più strettamente legata all’assistenza. Ricerca più efficiente significa cure migliori, e tutto ciò che aiuta a potenziare e sviluppare la ricerca, rendendola più qualitativa, inclusa una maggiore sinergia fra pubblico e privato, non può che trovare sia nei pazienti sia nei professionisti sanitari la massima condivisione”.

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