Criticità nella gestione degli antivirali Covid, il parere di Scotti

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Farmaci diretti contro il coronavirus, che vanno a inibire la replicazione e la maturazione delle particelle virali, scongiurando le complicazioni dell’infezione da Covid. Dopo vaccini e misure di restrizione, l’arrivo degli antivirali sul mercato ha dato una spinta ulteriore nella lotta alla Covid-19.

I farmaci anti-Covid disponibili in Italia attualmente sono tre: Remdesivir di Gilead, Molnupiravir di Merck/Msd e Paxlovid di Pfizer, l’ultimo a essere autorizzato. Terapie efficaci solo se prescritte precocemente e assunte immediatamente dopo la conferma della diagnosi. Al momento, però, questi farmaci possono essere prescritti dagli specialisti ospedalieri previa indicazione del medico di base, che indirizza il paziente in ospedale se ritenuto eleggibile alla terapia.

Un collo di bottiglia che rischia di far perdere tempo prezioso e di allungare oltremisura il tempo limite entro cui il paziente dovrebbe iniziare la terapia. Per capire meglio questa criticità abbiamo raggiunto Silvestro Scotti, segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg).

“Formalmente il ruolo che ci è stato dato è abbastanza marginale. In qualche maniera noi medici di base attiviamo il processo che poi viene preso in carico dai servizi ospedalieri o dai servizi dell’Asl, che praticamente poi formalizzano in qualche modo la terapia al paziente. Al massimo a noi rimane il monitoraggio del paziente che abbiamo in carico – precisa l’esperto a Fortune Italia– Nella mia regione (la Campania, ndr) abbiamo una app collegata alla piattaforma regionale vaccini e tamponi, per cui quando arriva la notifica del tampone positivo fatto da un paziente, si apre la sua scheda personale e viene chiesto al medico se ritiene di candidare quel soggetto alle terapie antivirali”.

Per Scotti uno dei nodi principali da sciogliere riguarda la legittimazione dei medici di famiglia, che dovrebbe passare attraverso un’informativa completa riguardante questa tipologia di farmaci: “Prima di attivare questa procedura, devo chiamare il mio paziente per comunicargli che vorrei inserirlo in un protocollo che prevede queste terapie. Anche perché se lo faccio chiamare direttamente dall’ospedale il paziente sicuramente dopo chiamerà me, per farmi le domande tipiche in questi casi: che terapia è, quali sono i rischi, posso o non posso farla”.

“Il paziente sposta il suo difetto di asimmetria informativa sulla figura medica di cui si fida, che in questo processo non viene legittimata. Per essere legittimato, come medico di base innanzitutto avrei dovuto avere tutte le informazioni disponibili sulle caratteristiche dei vari farmaci, sui rischi connessi, sul rapporto rischio-beneficio ecc. Dovrei avere degli strumenti di counseling del paziente che, invece, non mi risulta siano stati dati”.

Insomma, una procedura organizzativa che rischia di rendere “fallace il processo assistenziale, nel senso che in molti casi rischiamo di utilizzare male questi farmaci, o di non utilizzarli affatto – ribadisce Scotti – Si crea di fatto un eccesso di burocrazia multilivello: il medico di famiglia che dovrebbe essere la sentinella attiva; il processo da attivare per far partire la terapia; l’ospedaliero che contatta il paziente; il paziente che perde tempo perché vuole ricontattare il proprio medico se quest’ultimo non lo ha già contattato”.

“Ho sempre conosciuto la medicina in cui mi assumo la responsabilità – prosegue l’esperto – C’è un farmaco che posso utilizzare per somministrazione orale, e ho un paziente che ha le caratteristiche per poterlo assumere dimostrabili in base ai dati in mio possesso. Anche quando ho fatto il medico vaccinatore e ho vaccinato i pazienti fragili per primi – ricorda – mi sono preso la responsabilità di dare una priorità a un paziente che aveva un diritto connesso al suo stato di salute. È vero, stiamo tutti correndo, presi dalla fretta del momento storico che viviamo, però poi questa fretta non ci aiuta nell’implementazione di un modello organizzativo significativo. Ciò che mi spaventa è che se poi alla fine la valorizzazione di questi farmaci non sarà determinata, la colpa ricadrà sui medi di famiglia”, conclude il segretario nazionale Fimmg.

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