L’Iran supera la linea rossa di Trump: l’escalation riporta lo spettro di una guerra totale

petroliera

La morte di militari statunitensi nell’attacco iraniano contro una base americana in Giordania arriva al termine di una settimana di combattimenti che hanno progressivamente intensificato il conflitto, alimentando il rischio di una ripresa della guerra su larga scala.

Le forze armate statunitensi hanno ripristinato il blocco navale e bombardano l’Iran da diversi giorni consecutivi, concentrando inizialmente gli attacchi sulle aree costiere vicine allo Stretto di Hormuz. Più recentemente, però, i raid si sono estesi anche a infrastrutture come le ferrovie, ritenute potenzialmente utilizzabili per il trasporto di armi.

Sabato il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato una nuova ondata di attacchi aerei in risposta alla morte dei soldati americani.

“Gli attacchi hanno l’obiettivo di ridurre ulteriormente la capacità dell’Iran di minacciare il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz e di punire rapidamente le forze del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica responsabili degli attacchi contro i militari americani in Giordania la scorsa notte”, si legge nella nota del Centcom.

Parallelamente, l’Iran ha intensificato gli attacchi contro navi commerciali e contro Paesi vicini nella regione del Golfo Persico, prendendo di mira asset militari statunitensi. Teheran ha inoltre colpito infrastrutture energetiche e perfino impianti di desalinizzazione dell’acqua.

La linea rossa fissata da Trump

Nonostante l’intensificarsi delle ostilità, il conflitto non ha ancora raggiunto i livelli registrati nella fase iniziale della guerra. Tuttavia, la morte di militari americani rappresentava una linea rossa per il presidente Donald Trump.

All’inizio del mese scorso, prima che le parti firmassero un memorandum d’intesa poi fallito, Trump aveva confidato ai suoi collaboratori che avrebbe preso in considerazione la fine del cessate il fuoco e il ritorno alla guerra qualora l’Iran avesse ucciso soldati statunitensi, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

Interpellata sulla possibilità di un ritorno a una guerra totale, la Casa Bianca non ha rilasciato commenti, limitandosi a diffondere il comunicato del Centcom che annunciava le vittime. Negli ultimi giorni il prezzo del petrolio è aumentato con l’intensificarsi dei combattimenti e un’ulteriore escalation rappresenterebbe un nuovo shock per i mercati globali. I Paesi importatori hanno infatti ridotto le proprie riserve petrolifere ai livelli più bassi degli ultimi decenni, lasciando margini limitati per affrontare una nuova e prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti avevano predisposto una rotta alternativa per aggirare il corridoio controllato dall’Iran, ma la ripresa dei combattimenti l’ha di fatto resa inutilizzabile.

Venerdì non è stato registrato alcun transito lungo il percorso sostenuto dagli Stati Uniti né movimenti della cosiddetta “shadow fleet”, mentre lungo la rotta controllata dall’Iran sono stati rilevati sette passaggi.

Lo Stretto di Hormuz resta il nodo del conflitto

Nonostante gli intensi bombardamenti condotti da Stati Uniti e Israele, la guerra non ha provocato la caduta del regime iraniano né ha consentito la piena riapertura dello Stretto di Hormuz.

L’economia iraniana è certamente in grave difficoltà e le forze armate convenzionali hanno subito pesanti perdite. Tuttavia, la Repubblica islamica conserva ancora capacità militari sufficienti per scoraggiare il traffico commerciale e non sembra intenzionata a interrompere gli attacchi.

Nel frattempo, le speranze di avviare un nuovo ciclo di negoziati per ricostruire un cessate il fuoco si stanno rapidamente affievolendo.

In precedenza alcuni funzionari avevano lasciato intendere che, nonostante la retorica di sfida di Teheran dopo gli attacchi americani, restasse aperta la possibilità di una soluzione diplomatica.

Secondo indiscrezioni, gli esponenti più pragmatici del governo iraniano avrebbero riconosciuto privatamente che il primo blocco navale aveva messo in ginocchio l’economia del Paese. La ripresa del blocco avrebbe inoltre aggravato le tensioni interne tra i pragmatici e gli esponenti più oltranzisti, favorevoli a un’escalation militare.

Sabato, però, la Guida Suprema iraniana ha minacciato “lezioni indimenticabili” se gli Stati Uniti continueranno gli attacchi e ha definito la firma di Trump “priva di valore e non valida”.

Dal canto suo, Washington accusa l’Iran di aver violato l’accordo di cessate il fuoco rifiutandosi di riaprire lo Stretto e attaccando navi che transitavano al di fuori del corridoio autorizzato da Teheran.

Il rischio di una guerra senza fine

L’attuale situazione di stallo alimenta il timore di un conflitto destinato a protrarsi senza una conclusione, proprio lo scenario che Trump aveva promesso di evitare durante la campagna elettorale, mentre le rappresaglie reciproche continuano ad alimentare la spirale dell’escalation.

“La disputa immediata riguarda il controllo dello Stretto di Hormuz, ma in gioco c’è molto di più”, ha scritto Ali Vaez, direttore dell’Iran Project presso l’International Crisis Group, in un editoriale pubblicato mercoledì sul New York Times. “Il crollo anche di questa minima intesa potrebbe eliminare l’ultima barriera tra scontri episodici e una guerra permanente.”

Gregory Brew, analista senior di Eurasia Group specializzato in Iran ed energia, aveva dichiarato a Fortune che non esiste una soluzione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz e che Teheran non rinuncerà facilmente alla sua principale leva strategica.

L’analista ha inoltre avvertito che una qualche forma di tariffa imposta dall’Iran per attraversare lo Stretto appare ormai inevitabile e che gli attacchi statunitensi stanno soltanto rafforzando la determinazione di Teheran.

“Le opzioni sono due: intensificare l’escalation oppure raggiungere un accordo. E credo che l’amministrazione Trump sceglierà inizialmente la prima strada, ne constaterà il fallimento e finirà per percorrere la seconda”, ha previsto Brew.

Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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