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Cani e gatti possono trasmettere super-batteri resistenti agli antibiotici

cani e gatti

I migliori amici dell’uomo condividono proprio un sacco di cose con i loro padroni. Nel bene, ma anche nel male. Uno studio che verrà presentato alla prossima edizione del Congresso Europeo di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive (Eccmid) a Lisbona, ha infatti evidenziato che cani, gatti e i loro padroni possono ‘scambiarsi’ sia infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, che i geni alla base di questa mancata risposta ai farmaci.

Lo studio, effettuato dalla dottoressa Juliana Menezes (Università di Lisbona) e dal dottor Sian Frosini (Royal Veterinary College, Gran Bretagna) ha dunque evidenziato il ruolo che gli animali da compagnia possono giocare come potenziale serbatoio di batteri e geni di antibiotico-resistenza.

Insomma non sono solo gli animali esotici, come i famigerati pipistrelli per l’Ebola e del coronavirus di Wuhan a rappresentare un pericolo per l’uomo, ma a volte anche gli animali domestici. Di qui la necessità di non abbassare mai la guardia e di continuare a implementare programmi di sorveglianza locale per individuare sul nascere ogni possibile rischio per la salute dell’uomo.

Tra i batteri antibiotico-resistenti che possono essere trasmessi da cani e gatti all’uomo c’è l’Escherichia coli, abituale ospite dell’intestino di persone e animali in buona salute. La maggior parte dei ceppi di questo batterio sono innocui, ma alcuni possono causare pericolosi avvelenamenti da cibo e infezioni potenzialmente fatali (setticemia), responsabili di centinaia di migliaia di decessi ogni anno nel mondo.

Ma non è tutto. “Il nostro studio – sottolinea Menezes – ha dimostrato che tra gli animali e l’uomo può esserci uno scambio non solo di batteri antibiotico-resistenti, ma anche dei geni responsabili di questa loro mancata alla terapia antibiotica”. E il problema non riguarda solo Escherichia coli ma anche altri batteri ‘attrezzati’ con strumenti molecolari anti-antibiotici, come le Enterobacteriacee produttrici di beta-lattamasi a spettro esteso (ESBL) e AmpC e le Enterobacterales produttrici di carbapenemasi; si tratta di batteri che hanno imparato a ‘difendersi’ da una serie di antibiotici, compresi penicillina, cefalosporine, carbapenemici.

Per questo studio sono stati reclutati animali domestici e i rispettivi padroni che non avessero contratto un’infezione o preso antibiotici nei tre mesi precedenti. Ogni mese, per quattro di seguito, sono state quindi analizzate le feci degli animali da compagnia e dei loro padroni alla ricerca dell’eventuale presenza di questi pericolosi batteri e dei geni di antibiotico-resistenza.

Nel 15% di tutti i cani e gatti e nel 13% dei loro padroni sono stati individuati batteri produttori di ESBL/AmpC, e buona parte di questi si sono rivelati resistenti alla maggior parte degli antibiotici (multi drug resistant, Mdr). In alcuni dei campioni studiati inoltre erano presenti, sia negli animali che nei loro padroni, gli stessi geni di antibiotico-resistenza e gli stessi batteri Mdr.

“A volte – spiega la Menezes – ad essere trasmessi dagli animali all’uomo o viceversa non sono i batteri, ma i geni che conferiscono loro la capacità di resistere agli antibiotici, cioè dei pezzetti di Dna che possono poi essere trasferiti a diverse popolazioni batteriche ospitate sia dall’uomo che dagli animali”.

E la scoperta non è rassicurante perché tutto cioè che comporta una mancata risposta agli antibiotici può determinare infezioni fatali, sia che si tratti di una polmonite, o di una infezione delle vie urinarie, di una sepsi o di una ferita infetta.

I portatori sani (sia umani che animali) possono continuare a diffondere nel loro ambiente questi batteri per mesi e possono rappresentare dunque una pericolosa sorgente di infezioni per gli animali o le persone vulnerabili, come gli anziani e le donne in gravidanza. “Questa scoperta dovrebbe rinforzare l’abitudine di praticare una buona igiene degli animali da compagnia e di ridurre l’impiego di antibiotici, sia nell’uomo che negli animali”, conclude.

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