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Nativi digitali e attenzione, la lezione del marshmallow

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L’esposizione sempre più precoce agli schermi ha ormai modificato i pattern dell’attenzione di bambini e adolescenti. Ma non solo. Parla lo psicologo dello sviluppo Giampaolo Nicolais. La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di aprile 2022.

Li vediamo sul seggiolone al ristorante, rapiti dallo smartphone di papà. Bimbi distratti e calmati fin da piccoli da suoni e luci sui tablet. L’esposizione sempre più precoce agli schermi ha ormai modificato i pattern dell’attenzione di bambini e adolescenti. “Ma  soprattutto ha avuto un impatto sulla regolazione emotiva”, spiega Giampaolo Nicolais, professore di Psicologia dello sviluppo all’Università Sapienza di Roma.

“La nostra attenzione per il mondo si sviluppa infatti attraverso un processo detto della regolazione emotiva: studi effettuati negli ultimi 15 anni dimostrano che l’esposizione precoce dei bambini ai dispositivi digitali interferisce molto con questo processo”. Secondo le stime dell’Istituto superiore di sanità, nella popolazione infantile la frequenza della sindrome da deficit di attenzione è di circa il 4%, in pratica un bambino ogni classe di 25 alunni.

“Mettiamo in mano il telefonino a bimbi piccolissimi per intrattenerli e non farli piangere, e loro in quel momento si calmano, perché la loro attenzione è catturata a livello sensoriale”. Ma così non imparano a regolare le proprie emozioni. “Una serie di studi ha mostrato che, nel tempo, questi bambini tendono a sviluppare più dei coetanei” che non sono stati allevati ‘a latte e tablet’ “disturbi cosiddetti socioemotivi, tra i quali quelli legati all’area dell’attenzione”. Si tratta di disturbi che spesso si colgono nel passaggio tra scuola materna ed elementare, continua Nicolais. “C’è un aumento di problematiche dell’attenzione, è vero, ma in linea generale alle spalle c’è questo processo”.

Il fatto è che, per imparare a gestire le nostre emozioni, abbiamo bisogno da piccoli di un altro che si prenda cura di noi. Mamma, papà, nonni o tata. “È un processo che impariamo attraverso la relazione con l’altro, e solo dopo saremo in grado di metterlo in pratica da soli: se da piccolo io piango, mamma mi consola”. E io imparo a tranquillizzarmi. “Se però alla mamma si sostituisce il dispositivo digitale, il processo non si compie”. Tutto questo si collega a un altro esercizio prezioso per i bambini, spesso ostacolato dai dispositivi digitali: la tolleranza alla frustrazione. “Se sono in un momento di distress e vengo distratto dal tablet, mi calmerò ma non imparerò a sopportare la frustrazione”.

La ribellione alla tecnologia è però impresa ardua. “Si inizia da molto piccoli e non si smette più. Così i nostri bambini hanno sempre un tempo pieno di stimoli, con un’attenzione fluttuante fra tanti elementi”. È chiaro che di fronte a occupazioni meno ‘vivaci’ si annoiano. “Il messaggio – avverte Nicolais – non può essere quello di non dare il telefonino al bambino: è un po’ come il dentifricio uscito dal tubetto, ormai non ce lo rimetti più”. Anche perché nel frattempo non sono solo i ragazzi ad aver modificato i pattern dell’attenzione. “Gli studi mostrano come l’uso dello smartphone da parte dei genitori, o meglio delle madri, riduce in maniera significativa la percentuale di tempo passata a giocare con i bimbi piccoli”. Per non parlare del ‘modello’ dei genitori sempre incollati al telefonino. “Diventa molto difficile non imitarlo”.

Un effetto collaterale è che questi ragazzini – la generazione ‘Always on’ – “non hanno più tempi di latenza: se gli serve qualcosa, vanno su Amazon e la ordinano. Vogliono un piatto, ed ecco l’app che te lo porta a casa. Non è un male, ma non hanno più tempi di attesa e di tenuta sulle cose: hanno cambiato il paradigma che porta dal desiderio e dal bisogno alla sua soddisfazione”. E adesso veniamo alla lezione del marshmallow. “Uno studio iniziato 40 anni fa, noto appunto come lo studio del marshmallow, prevedeva la consegna di un dolcetto a bambini di 3-4 anni, con un patto: chi aspetta un po’ a mangiarlo ne potrà avere un altro, altrimenti no. Dopodiché si registrava chi attendeva e chi no. I bambini – racconta Nicolais – sono stati seguiti per 40 anni e si è visto che quelli che da piccoli aspettavano, tolleravano la frustrazione e non realizzavano subito il desiderio di marshmallow pur di averne un altro, sono poi diventati adulti con livelli di soddisfazione, qualità di vita, affetti e condizioni lavorative migliori rispetto a quelli che lo mangiavano subito”.

La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di aprile 2022. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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