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Più servizi sul territorio e più digitale, gli italiani e la sanità 2030

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Dopo anni di promesse, la pandemia da Covid-19 ha dato una scossa alla sanità digitale. Così oggi scopriamo che i cittadini italiani sono pronti a rinunciare al rapporto fisico con il medico, a patto che ciò avvenga per assicurare una risposta più puntuale ai loro bisogni di assistenza e cura. Uno su tre sente la necessità che la sanità sia presente in modo più capillare sul territorio. Quasi uno su due ritiene che la pandemia abbia evidenziato l’inefficienza del sistema sanitario pubblico, mentre per le Regioni la maggiore criticità riguarda l’eccessiva decentralizzazione della sanità, e per gli operatori del settore emerge la mancanza di organizzazione a livello ospedaliero e territoriale.

Due italiani su tre si dicono preparati ad accettare la digitalizzazione in sanità, che saprebbero gestire senza troppi problemi, come confermato anche dagli operatori sanitari, mentre la politica non ne è del tutto convinta. In agguato però ancora una volta c’è il rischio di un aumento delle diseguaglianze. E gli stessi cittadini temono, un domani, di non potersi permettere le cure.

Sono solo alcuni degli elementi emersi da un’indagine condotta da LS Cube in collaborazione con YouTrend/Quorum per il progetto Net-Health Sanità In Rete 2030”, con il supporto non condizionante di Gilead Sciences, presentata nei giorni scorsi presso la Sala verde della Luiss Business School, a Roma grazie all’ospitalità dell’Osservatorio Welfare della Luiss. Obiettivo, fare rete per ‘disegnare’ la sanità di domani.

L’indagine ha messo a confronto le opinioni dei cittadini con quelle dei politici e degli operatori sanitari,con non poche differenti visioni sul futuro, ma anche con molti punti in comune.

Tutti si trovano d’accordo nel ritenere che la salute sia tra le principali priorità sulle quali investire, anche se poi è una delle ‘mission’ del Pnrr su cui sono state stanziate meno risorse, e nonostante sia ancora considerata come una spesa invece che come un investimento per l’intero sistema economico.

“Questi dati, per come sono stati raccolti e integrati, sono molto importanti per organizzare la programmazione sanitaria del nostro Paese – spiega Pierpaolo Sileri, sottosegretario alla Salute – Solo possedendo numeri oggettivi e dati reali è possibile programmare correttamente ed impostare le più opportune politiche pubbliche. Curare è la punta di un iceberg, il risultato finale di un processo dove a monte c’è una filiera che può funzionare solo facendo rete, come espresso da questo progetto Net-Health. Una rete organizzativa e operativa capillare che unisca centro e territorio, che è anche il concetto alla base degli interventi del Pnrr sulla sanità. Non meno importanti sono ricerca e formazione del personale, con l’obiettivo di cure personalizzate e innovative: ‘medicina sartoriale, come mi piace definirla. Non è nemmeno pensabile una sanità del futuro senza una partnership tra pubblico e industria privata: la pandemia ha accelerato la comprensione di questa sanità futura”.

Al centro dell’attenzione: digitalizzazione, territorialità e diritto alla salute, che toccano quotidianamente i cittadini, ma anche gli investimenti che sono nelle mani dei decisori pubblici. Ebbene, proprio gli investimenti in sanità sono ritenuti tra le principali priorità sia per i decisori (66% di deputati e senatori e l’83% dei rappresentanti delle Regioni) che per i cittadini (51,2%). Ma dove andrebbero investite queste risorse? Per il 61% dei parlamentari dovrebbero servire a potenziare la medicina territoriale e a promuovere la de-ospedalizzazione. Per i rappresentanti delle Regioni, invece, dovrebbero andare alla ricerca clinica e farmaceutica (51%). Per i cittadini a una sanità più capillare sul territorio (35,7%).

“Prima della pandemia in pochi hanno sostenuto che ‘salute è ricchezza’ – osserva Giovanni Gorgoni, presidente Euregha e Dg AReSS Puglia – Eppure è sempre stato uno dei settori a più alto indotto occupazionale, perché un tessuto sociale sano è anche più produttivo, perché più di ogni altro può rendere circolare e virtuoso il tema dell’invecchiamento, perché è il settore a più alta innovazione tecnologica, sia diretta per le applicazioni native per la sanità che indiretta per fertilizzazione da altri settori. Covid ci ha mostrato il negativo fotografico di ’salute è ricchezza’: cattiva salute è impoverimento generalizzato. Investire prevalentemente in salute rappresenta la scorciatoia più elementare per trainare a catena interi settori economici, sociali e civili”.

Quanto alla digitalizzazione della sanità, la risposta dei cittadini è sorprendente. Difatti, sulla possibilità che il rapporto medico-paziente possa prevedere anche una minore interazione fisica, il 66,1% si è dichiarato abbastanza (47,9%) o molto (18,2%) favorevole, a differenza sia dei parlamentari (48%) che dei rappresentanti delle Regioni (50%) solo possibilisti. Disponibilità dei cittadini anche al trattamento dei dati sanitari, su cui il 97% si sente a proprio agio. Solo il 20% però sostiene di avere ‘molta confidenza’ con i dispositivi digitali.

“La sanità del futuro parte dai dati del paziente – osserva Gianluca Postiglione, esperto di Digital Health e già direttore generale So.Re.Sa. Spa – per realizzare prestazioni mirate sul singolo paziente, grazie a un approfondimento dei dati sanitari e genetici auspico l’avvento di una decentralizzazione (DE.HE.: Decentralized Health) che possa garantire un diritto alla salute riformato all’insegna del valore generato dai dati e della totale accessibilità dei dati sanitari dei cittadini”.

Sul rapporto tra la digitalizzazione e il diritto alla salute si registra una divergenza di posizioni tra i decisori e i cittadini stessi: mentre i primi, infatti, sono convinti che tenderà maggiormente a garantire le cure a tutti i cittadini (85% dei rappresentanti delle Regioni, 77% dei parlamentari), i secondi considerano più probabile un aumento delle disuguaglianze (46,1%), con il digital divide che risente di un divario generazionale e regionale (boomers e generazione X più pessimisti di millenials e generazione Z; Mezzogiorno più pessimista del Nordest). “E’ sempre più fondamentale far viaggiare i dati sanitari, e non le cartelle cliniche”, sottolinea il presidente Aiom Saverio Cinieri. 

“Il potenziamento della medicina digitale presuppone investimenti significativi nelle tecnologie digitali, che hanno ancora nel nostro paese una distribuzione territoriale e generazionale imperfetta e diseguale, aumentando così il rischio del digital divide sul piano territoriale e anagrafico – afferma Mauro Marè, presidente Osservatorio Welfare, Luiss Business School – I timori sugli effetti che il divario digitale potrebbe avere sui livelli di cura dei diversi tipi di pazienti sono ben evidenziati dall’indagine”.

Spicca poi la preoccupazione da parte dei cittadini (47,9%) di non potersi permettere l’assistenza sanitaria quando se ne avrà bisogno. Una preoccupazione di cui tener conto anche alla luce delle lezioni della pandemia, come sottolinea Anna Lisa Mandorino, segretaria di Cittadinanzattiva. Spetta alla politica far sì che ciò avvenga garantendo l’equità, l’uguaglianza e la sostenibilità del sistema sanitario, il tutto affinché il paziente torni al centro del percorso di cura, valorizzando la sanità come investimento che guarda alla crescita del Paese.

“Investire sulla medicina territoriale e contrastare le diseguaglianze: questi i due punti sottolineati con forza sia dai decisori sia dai cittadini – conclude Nerina Dirindin, professoressa d’economia pubblica e politica sanitaria presso l’Università degli Studi di Torino – a conferma della necessità di affrontare le debolezze emerse durante la pandemia con determinazione, in una prospettiva di reale cambiamento dell’offerta di servizi.”

Coterella
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