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Covid in Italia, crollano casi e tamponi. Il rebus sottovarianti

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Covid

E’ finalmente a doppia cifra  questa la riduzione dei contagi Covid in Italia, mentre al contempo scendono anche morti e ricoveri ordinari. Solo lieve, però, la flessione delle terapie intensive, mentre si conferma il crollo dei tamponi.

La fotografia dell’ultimo monitoraggio settimanale di Fondazione Gimbe lascia intuire un sommerso Covid notevole nel nostro Paese, dove circolano le nuove sottovarianti Omicron più contagiose e abili nel mettere in scacco le difese immunitarie (oltre ad una maggiore resistenza agli anticorpi monoclonali). Non è un caso, infatti, che l’Istituto superiore della sanità abbia segnalato l’aumento delle reinfezioni. 

Ecco dunque che, mentre a livello internazionale cadono le ultime restrizioni – dal 16 maggio non ci sarà più l’obbligo di mascherina in aereo – gli esperti guidati da Nino Cartabellotta insistono sulla quarta dose, “considerata la particolare fragilità della platea a rischio e l’elevata circolazione virale” è pericoloso, sottolineano, aspettare l’autunno.

Ma vediamo il report nei dettagli: nella settimana 4-10 maggio, il monitoraggio segnala una diminuzione dei nuovi casi (286.350) che riguarda tutte le province. Rispetto alla settimana precedente, si registrano le seguenti variazioni:
Decessi: 842 (-12,5%), di cui 60 riferiti a periodi precedenti
Terapia intensiva: -8 (-2,2%)
Ricoverati con sintomi: -1.116 (-11,5%)
Isolamento domiciliare: -115.864 (-9,7%)
Nuovi casi: 286.350 (-27,5%)
Casi attualmente positivi: -116.988 (-9,7%).

“Prosegue la discesa del numero di nuovi casi settimanali (-27,5%) –commenta Nino Cartabellotta – che si attestano a quota 286 mila con una media mobile a 7 giorni che sfiora i 41 mila casi giornalieri, a fronte tuttavia di un calo del 23,6% dei tamponi totali”. Gimbe sottolinea come gli ultimi dati documentano che in Italia la sotto-variante Omicron BA.2 (Omicron 2) ha quasi completamente soppiantato la BA.1 ( Omicron), mentre vengono già segnalati i primi casi di BA.4. A

Cosa significa? Se sul fronte degli effetti occorre ancora attendere i dati, secondo l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità dal 24 agosto 2021 al 4 maggio 2022 in Italia sono stati segnalati quasi 400 mila casi di reinfezione (3,3% del totale). Tuttavia l’incidenza delle reinfezioni, stabile intorno all’1% fino al 6 dicembre 2021, è rapidamente salita al 3% a inizio gennaio, mantenendosi su questi valori fino a fine marzo, per poi crescere ulteriormente nelle ultime settimane, sino a raggiungere il 5%. Insomma, con queste sottovarianti per i guariti aumenta il pericolo di ammalarsi di nuovo.

Intanto “sul fronte degli ospedali – afferma Marco Mosti, direttore operativo della Fondazione Gimbe – il numero dei posti letto occupati da pazienti Covid registra una lieve flessione in terapia intensiva (-2,2%) e cala ulteriormente in area medica (-11,5%)”.

In dettaglio in area critica al 10 maggio si registrano 358 posti letto Covid occupati; in area medica, invece sono scesi a quota 8.579 il 10 maggio. Al 10 maggio il tasso nazionale di occupazione da parte di pazienti Covid è del 13,3% in area medica e del 3,8% in area critica.

Diminuiscono ancora i decessi: 842 negli ultimi 7 giorni (di cui 60 riferiti a periodi precedenti), con una media di 120 al giorno rispetto ai 137 della settimana precedente.

Dati promettenti, ma secondo Fondazione Gimbe non è ancora arrivato il momento di dichiarare il cessato pericolo. “Le inaccettabili disuguaglianze regionali sulle coperture con le quarte dosi Covid – conclude Cartabellotta – dimostrano che le strategie di chiamata attiva sono molto più efficaci della prenotazione volontaria. Tuttavia la lentezza con cui procedono le somministrazioni è spia di una serpeggiante esitazione vaccinale, spesso alimentata da discutibili consigli sanitari, che invitano ad aspettare l’autunno per effettuare l’ulteriore richiamo con vaccini “aggiornati”.

Per Cartabellotta “questa strategia attendista può essere molto rischiosa per tre ragioni. Innanzitutto, non vi è alcuna certezza su quando saranno disponibili questi vaccini “aggiornati”; in secondo luogo, i dati dimostrano sia il calo progressivo dell’efficacia vaccinale sulla malattia grave, sia una elevata mortalità negli over 80 già coperti con la terza dose; infine, si consolidano sempre più le prove di efficacia della quarta dose nel ridurre ospedalizzazioni e decessi”. Insomma, “tenendo conto sia della particolare fragilità della platea a rischio, sia della elevata circolazione virale, la quarta dose deve essere fatta subito”, conclude il presidente Gimbe.

a2a
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