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Peste suina, Apostoli (Coldiretti): ‘I rischi per gli allevatori’

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salumi

La peste suina africana (Psa) tiene con il fiato sospeso migliaia di allevatori italiani. “Se l’infezione da Psa arrivasse nelle zone con la maggior vocazione alla suinicoltura saremmo in un mare di guai”, dice tranchant a Fortune Italia Giorgio Apostoli, responsabile zootecnia di Coldiretti.

Da cosa nasce questa preoccupazione per una malattia che vede l’Italia ultimo Paese in ordine di tempo ad aver registrato il primo caso di Psa lo scorso 6 gennaio?

“La possibilità di contagio dei suini degli allevamenti italiani è altissima. In Italia abbiamo circa nove milioni di capi. Siamo al settimo posto in Europa per numero. Ma il settore italiano ha una particolarità: abbiamo un comparto di trasformazione delle carni in salumi che è uno dei fiori all’occhiello del made in Italy. Purtroppo l’agente patogeno della Psa può rimanere vitale anche nella carne stagionata fino a sette-otto mesi, e questo può creare problemi ai prodotti trasformati che vengono stagionati per pochi mesi. Se si verificassero infezioni, alcuni Paesi verso cui l’Italia esporta circa il 20-30% delle produzioni della salumeria bloccherebbero immediatamente le importazioni. Come è accaduto a gennaio. Se i casi di peste suina africana si estendessero ai principali cluster di produzione intensiva di suini, Lombardia e Piemonte in primis, ma anche in Umbria, sarebbe molto grave”.

Cosa significa grave?

“Se la Psa arriva in un allevamento, non verrebbe bloccato solo l’allevamento contagiato, ma anche una vasta area adiacente. Nelle zone più dedicata a questa produzione ciò significherebbe bloccare precauzionalmente anche moltissimi altri allevamenti, pur non registrando essi casi di infezione. Quando si registra un caso di infezione in un allevamento infatti, esso viene isolato insieme a quelli presenti in un’ampia area vicina. A ciò si aggiunge la possibilità di abbattimenti programmati. E se gli animali non hanno raggiunto l’età idonea non possono entrare nella catena di trasformazione, con gravi danni a tutto il settore”.

Tradotto in numeri, cosa vuol dire?

“La sola produzione di animali e la relativa trasformazione vale otto miliardi di euro. Se aggiungiamo la catena di commercializzazione – macellerie, ristorazione, circuiti enogastronomici – arriviamo a 20 miliardi di euro”.

Quali sono le misure di prevenzione che gli allevatori possono mettere in atto?

“Per evitare il contagio proveniente dal contatto dei suini allevato con i cinghiali selvatici portatori di agenti infettivi, l’unico modo è la costruzione di recinzioni apposite attorno agli allevamenti. Si tratta di interventi molto impegnativi poiché la recinzione deve arrivare fino a mezzo metro al di sotto del piano di calpestio degli animali allevati. E i costi sono elevati, anche 30 euro a metro lineare”.

Quindi cosa fare per prevenire il più possibile questo scenario?

“Si spenda il necessario per delimitare le zone in cui sono presenti i cinghiali selvatici. E controlliamone la numerosità. In Italia abbiamo stime di 2,5 milioni di cinghiali, che come abbiamo visto arrivano anche in città come Roma. Il numero è triplicato in pochi anni a causa della mancato contenimento da parte delle autorità preposte”.

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