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Lavoro, il presentismo non è sempre un bene. Ecco perché

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lavoro burnout

“Non posso mancare”. Quante volte, sul luogo di lavoro, abbiamo sentito dire questa frase. Anche e soprattutto nel periodo di smart working, non farsi vedere in una riunione su una delle mille piattaforme utilizzate per i meeting o comunque risultare “assenti” a una chiamata di lavoro in gruppo, esserci è apparso ed è fondamentale.

Anche se magari non si è in perfetta forma psicofisica, si teme sempre che non manifestare la propria partecipazione possa diventare una sorta di autogoal professionale. Ma attenzione: il presentismo non è sempre un bene. Se non si è nelle migliori condizioni si rischia di autoprovocarsi stanchezza e fatica, oltre che di andare incontro a fenomeni di burnout che si riflettono drammaticamente sulla produttività.

A mettere in guardia chi proprio non se la sente di superare la “dipendenza eccessiva dal presente, visto come unica dimensione della realtà” (definizione del neologismo da parte della Treccani), è una ricerca condotta dagli esperti del Trinity College di Dublino, guidati da Wladislaw Rivkin.

Lo studio è stato pubblicato su Journal of Occupational Health Psychology e mostra chiaramente come perdita di produttività e insoddisfazione siano le due componenti che, alla lunga, vanno ad inficiare l’attività professionale quando ci si sente comunque chiamati a partecipare all’interno di un’organizzazione. Ma soprattutto la ricerca segnala che “ricaricare” le pile non è facile come molti pensano.

Se si consuma troppa energia mentale, magari per un malessere psicofisico passeggero, non si deve credere che il giorno dopo tutto ritorni normale. Si rischia insomma, un effetto “accumulo” che alla lunga pesa sulle prestazioni lavorative, anche in termini di produttività.

Gli studiosi irlandesi sono giunti a questa conclusione analizzando poco meno di 130 lavoratori dipendenti monitorati per 12 giorni lavorativi, durante un periodo di smart working legato alla pandemia da Covid-19. E dimostra come anche a distanza essere sempre (o quasi) disponibili, anche quando magari non si è al top, non è un bene. Anzi, proprio durante il lavoro “agile” tante percezioni negative potrebbero tendere ad amplificarsi, con ripercussioni sul benessere psicofisico del singolo e, dal punto di vista aziendale, con riduzione della produttività.

Secondo gli esperti, insomma, quando ci si trova con un collaboratore che non vuole “mancare” per nessun motivo agli impegni lavorativi, il ruolo del manager dovrebbe essere mirato a tranquillizzarlo, magari consigliando programmi professionali quotidiani più rispettosi del suo benessere. Anche perché in questo modo si potrebbe evitare l’effetto a distanza che porta a sfinimento, burnout e simili conseguenze.

Ammalarsi di presentismo, insomma, è possibile. Anche quando l’attività quotidiana è mediata dalle strumentazioni informatiche che ci connettono alla realtà professionale. Con conseguenze che magari, vista la contingenza storica e sanitaria che stiamo vivendo, tra conflitti e pandemia, diventano esse stesse segno di sofferenza: lo stress è infatti un nemico per i collaboratori, ed occorre prestare attenzione.

Si rischia che la testa sia perennemente a viaggiare lontano dai temi di cui si parla, che i ritmi del lavoro siano vissuti come troppo intensi, che l’attenzione cali, che riposare tranquillamente diventi un’utopia. Queste difficoltà possono anche essere figlie del presentismo, ed occorre prestare attenzione. E non pensate che il lavoro agile sia l’unica soluzione, se le riunioni a distanza che si susseguono senza sosta.

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