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Lavoro, leadership e manager narcisi

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“Si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. I cinefili e non solo ricorderanno la celebre battuta di Nanni Moretti in Ecce Bombo. Proviamo a trasferire negli ingranaggi della moderna organizzazione aziendale, fatta di silos o Business Unit non sempre intercomunicanti come si vorrebbe, quel tipo di atteggiamento, riletto ovviamente in chiave psicologica. E tentiamo di valutare quanto conta in termini di organizzazione e di successo aziendale, l’ego smisurato di un superiore sul posto di lavoro.

Ad aiutarci c’è una ricerca che getta un seme di dubbio sulla personalità dei vertici, non tanto in termini di risultati e capacità, ma sul fronte della condivisione di competenze che potrebbero rivelarsi utili per altri. Insomma: dal punto di vista dell’azienda e dei suoi risultati, forse una componente psicologica narcisistica potrebbe non essere l’ideale per “travasare” ad altre strutture le informazioni che possono far crescere l’azienda stessa nella sua totalità.

A lanciare questo attacco a un atteggiamento psicologico eccessivamente sviluppato in termini dell’Io (volutamente maiuscolo) del superiore, mirato alla ricerca di un’alta opinione di sé piuttosto che allo sviluppo della “company” in cui lo stesso opera, è un’originale ricerca condotta dagli esperti della Foster School of Business dell’Università di Washington, che mette all’indice un atteggiamento eccessivamente narcisistico e personale sul lavoro, perché potenziale freno alla condivisione interna di best practices ed informazioni utili alla causa comune.

Che la comunicazione interna, in particolare nelle aziende strutturate a “Business Unit” che debbono interfacciarsi regolarmente per la causa comune, sia una realtà da esplorare con grande attenzione e secondo moduli innovativi è risaputo. Ma che tra le potenziali difficoltà allo sviluppo di un “pabulum” comune, con interscambi continui di informazione possa esserci anche l’elevata e quasi patologica (ovviamente sul fronte psicologico) autostima del manager è un fattore che spesso non viene preso in considerazione. E che potrebbe diventare cruciale per la diffusione di quanto è necessario che i collaboratori conoscano, anche in altre funzioni.

Stando a quanto riporta la ricerca, apparsa su Strategic Management Journal, i tratti fortemente narcisistici della psiche di un “capo” possono influenzare il percorso di crescita aziendale, proprio per la difficoltà a condividere informazioni sul lavoro con i pari e non solo.

Sul fronte psicologico, in particolare, secondo gli autori questo atteggiamento sarebbe correlato ad una sorta di ricerca continua del proprio personale successo, che diventa il carburante per dimenticare chi vive realtà simili e potrebbe trarre vantaggio dalla compartecipazione a progetti e informazioni. Insomma: il capo eccessivamente “innamorato” di se stesso e attento a dimostrare il proprio valore potrebbe rivelarsi un freno per la crescita di altre strutture all’interno dell’organizzazione di lavoro, con mancata condivisione di conoscenze e competenze che potrebbero essere utili in altri ambiti della stessa azienda.

Per giungere a questa conclusione, gli esperti hanno preso in esame unità di aziende attraverso “Head Hunters” specializzati, in Cina. Tra le domande poste ai vertici di queste organizzazioni aziendali ci si è concentrati sul “peso” del narcisismo in rapporto anche alla complessità del mercato in cui si opera e sulla forza di persuasione nei confronti dei clienti.

Risultato: attraverso un questionario di autovalutazione del narcisismo composto di 16 diversi items si è arrivati a comprendere che questo atteggiamento può diventare nocivo per l’organizzazione quando esiste una forte concorrenza tra le diverse unità aziendali. E anche mantenere il “segreto” sulle intuizioni del proprio gruppo può diventare uno strumento non solo di potere, ma anche di distinzione che può implementare il bisogno di realizzazione del singolo responsabile.

Contromisure? A ognuno, se l’ipotesi verrà confermata, la risposta. Ma va detto che forse la creazione di meccanismi di ricompensa che rendano più agevole lo scambio di informazioni interaziendali potrebbe diventare una chiave per migliorare le prestazioni delle diverse unità operative.

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