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Dispositivi medici, volano i costi delle materie prime

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L’aumento dei prezzi delle materie prime si è fatto sentire anche sul settore dei prodotti per la salute. Un comparto che in Italia genera un mercato che vale 16,2 miliardi di euro tra export e mercato interno e conta 4.546 aziende, che occupano 112.534 dipendenti. Ebbene, otto aziende su 10 nel settore dei dispositivi medici hanno ritardato la produzione e il 21% ha dovuto ridurla.

Dopo due anni di Covid-19 l’impatto della guerra ha ulteriormente aggravato la situazione: il 66% delle aziende ha avuto ulteriori problematiche per l’operatività (aumento costi e difficoltà approvvigionamento) e il 15% ha evidenziato ricadute dirette, operando nei Oaesi coinvolti. Lo rivela l’indagine condotta dal Centro studi di Confindustria Dispositivi Medici per evidenziare l’impatto indiretto della pandemia prima e della guerra poi sull’industria del settore.

Ma di che cifre parliamo? Le imprese dei dispositivi medici hanno sostenuto costi per acquisto di materie prime, in media, maggiori del 50% circa rispetto all’anno precedente. Il 17% circa di queste imprese, inoltre, afferma di aver visto questa voce di costo più che raddoppiare dal 2021 al 2020. Un effetto di entità simile viene evidenziato anche in termini di costi per acquisto di servizi di finitura che, in media, sono risultati maggiori quasi del 65% rispetto all’anno precedente.

La partita più importante viene giocata sul mercato dell’energia: la media del tasso di variazione dei costi per acquisto di energia elettrica da parte delle aziende di dispositivi medici supera il 100%, determinando un effetto di portata simile, di riflesso, sui costi per acquisto di servizi di trasporto. Il 19% degli intervistati, quasi 1 su 5, dichiara inoltre di aver sostenuto, nel 2021, costi per acquisto di energia elettrica per un valore di tre volte superiore rispetto a quello relativo all’anno 2020. E non c’era ancora la guerra.

Le materie prime e i semilavorati, necessari per la realizzazione dei dispositivi medici, segnalati come maggiormente rilevanti in termini di variazione dei costi di acquisto sono: alcuni metalli (es. acciaio, alluminio) e le principali fonti di energia (es. gas naturale, petrolio). In aggiunta, componenti elettrici ed elettronici, materie chimiche e plastiche, tessuti e imballaggi.

A preoccupare le aziende del settore, la possibile perdita di un mercato di esportazione, la fragilità della catena di produzione che coinvolge materie prime esportate da Russia e Ucraina e la potenzialità più che concreta che la guerra si protragga nel tempo, al punto da ridisegnare il contesto macroeconomico globale con un paradigma più fragile e frammentato.

“Pandemia, guerra e crisi delle materie prime – ha commentato Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria Dispositivi Medici – stanno lasciando il nostro comparto in forte sofferenza. Le aziende dei dispositivi medici si rivolgono prevalentemente al pubblico e il mercato si realizza attraverso l’aggiudicazione di gare per lotti spesso molto grandi e pluriennali. Trattandosi di beni di prima necessità per il funzionamento di ospedali, ambulatori, non è possibile interrompere le forniture per non configurare un’interruzione di pubblico servizio. Da ciò si capisce come le peculiarità che caratterizzano il nostro settore producono effetti molto diversi rispetto ad altri comparti industriali, al di là dei numeri evidenziati dall’indagine”.

C’è poi la questione della ricerca. Un numero ampio di studi clinici, sia multicentrici che specifici, che venivano fatti in Ucraina, in Bielorussia e nella Federazione Russa sono stati bloccati, “perché non si riesce più a collaborare con gli ospedali in quelle aree, rallentando di fatto l’immissione dell’innovazione sul mercato. La guerra sta inoltre lasciando una sensazione generalizzata di paura anche a casa nostra”, rileva Boggetti.

Cosa fare? “Dobbiamo affrontare una stagione di investimenti nel servizio sanitario e nella medicina territoriale e avere il coraggio di aumentare le produzioni a fronte dei finanziamenti collegati al Pnrr. A queste criticità vanno purtroppo aggiunti sistemi di tassazione specifici per il settore, come il payback e la tassa dello 0.75% sul fatturato, che andrebbero sospesi e superati, anche alla luce delle difficoltà che il settore sta vivendo a causa della congiuntura macroeconomica globale”, ha concluso Boggetti.

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