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Donne e scienza, lo scotto pagato dalle studiose

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“Il Dna è composto da due catene distinte”. Così scriveva, su un taccuino, Rosalind Franklin. Allora, stiamo parlando del 1953, aveva 33 anni e dopo qualche tempo sarebbe deceduta per un tumore alle ovaie. Peccato però che da quella sua osservazione sono arrivati, pochi giorni dopo, gli studi di Watson e Crick, con l’ormai celebre doppia elica ricostruita come modello che tutti conosciamo e che è valsa loro il Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia nel 1963.

Si parla di molti decenni fa, si dirà. Ma ancora oggi, anche se può sembrare strano e dopo la giusta rivalutazione del lavoro della Franklin, per una donna nel mondo della scienza è più difficile farsi strada. Lo dicono i numeri, freddi ma esplicativi. A mettere nero su bianco questa realtà arriva infatti uno studio pubblicato su Nature, frutto della collaborazione di specialisti di diversi atenei, dall’Università di New York fino a quelle della Pennsylvania, dell’Ohio, di Boston e della Northeastern che conferma come esista ancora una differenza di genere nel riconoscere la paternità degli studi e dei brevetti alle scienziate.

Non esiste solamente un divario netto tra uomini e donne quando si spulciano i coautori delle pubblicazioni scientifiche, ma addirittura questa sorta di “disparità” di genere si traduce anche nella paternità dei brevetti. La percentuale, in questo senso, appare davvero poco incoraggiante, visto che pur considerando i vari fattori che possono influire sul numero finale siamo quasi a una differenza del 60% a favore del sesso maschile.

Va detto, per correttezza, che i dati si riferiscono al periodo che va dal 2013 al 2016. Quindi c’è da pensare che la situazione negli ultimi anni sia migliorata. Ma certo le informazioni su quasi 130.000 persone facenti parte di oltre 9500 gruppi di ricerca non sono incoraggianti, comprendendo sia studenti che specializzandi, ricercatori e docenti.

L’analisi è stata compiuta sulle informazioni della banca Dati Unimetrics e fotografano una realtà che, per quanto non attualissima, fa riflettere. Considerando tutte le diverse posizioni di carriera, innanzitutto, il riconoscimento ufficiale dell’attività di ricerca femminile è sicuramente sottovalutato.

Tutto inizia fin dalle prime tappe della carriera accademica, in aree come la medicina o l’ingegneria, con un trend che vede comunque la presenza femminile sulle pubblicazioni nettamente inferiore a quella degli uomini. Per fare un esempio, la citazione tra gli autori per questi giovani laureati si osserva per 15 donne su 100, rispetto al 21% dei maschi. Ancor peggio va se si considerano gli articoli scientifici maggiormente significativi, quindi pubblicati su riviste ad elevato “impact factor”. In questo caso le probabilità di vedere firme femminili cala ancora. A ribadire questa situazione c’è anche un sondaggio su quasi 2500 scienziati, che allarga ancora il quadro per gli Usa.

In un mondo che sempre più vede le donne protagoniste, basti pensare a quanto sta accadendo in medicina con le università che laureano sempre più frequentemente giovani, questi dati implicano una riflessione profonda. E’ davvero necessario che si esca da una logica che per molti decenni ha accompagnato il mono della ricerca e dell’intuizione che porta allo sviluppo di tecniche o metodiche brevettabili, per dare a Cesare (ovviamente declinato al femminile) quel che di Cesare è. Anche per non ritrovarsi a rivivere a distanza di anni vicende scientifiche che hanno un retrogusto amaro, come quelle di Rosalind Franklin e dei suoi appunti.

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