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Maledetto T9, i due volti degli algoritmi

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Maledetto T9”. Quante volte, negli anni scorsi, ci siamo accorti di aver inviato un messaggio poco comprensibile e quasi vuoto di significato per l’azione del correttore automatico. E quanto volte abbiamo dovuto rincorrere l’interlocutore per giustificarci, chiedendo scusa per l’errore e mettendo direttamente in campo l’azione dell’algoritmo correttore.

Ebbene, quello del classico T9 che ci accompagna ormai da diversi lustri è solo un esempio dell’invadenza a volte utilissima ma in certi casi potenzialmente perniciosa degli algoritmi nella nostra vita di ogni giorno e nelle attività professionali.

Il rischio di questi utili supporti, però è dietro l’angolo. E non solo per il correttore automatico, ma anche quando dobbiamo inviare una mail di lavoro o dobbiamo rispondere a situazione complesse: che sia per pigrizia, per insicurezza o per quieto vivere c’è il rischio che l’algoritmo scelga per noi. E che, per quanto studiato ed approfondito sia il supporto artificiale di scrittura, ci troviamo a delegare i nostri messaggi rinunciando all’autonomia speculativa e comunicativa che dovrebbe guidare la nostra unicità, umana e professionale.

Gli algoritmi, insomma, rischiano di farci perdere autonomia. E più in generale c’è la possibilità che privilegiando i sistemi guidati da intelligenze esterne, si abbia maggior fiducia nelle strategie proposte dall’informatica rispetto alle persone.

Addirittura, in questa logica, c’è il pericolo di affidarsi anche in compiti creativi a sistemi intelligenti, piuttosto che alle persone. A segnalare questa possibilità di “cedere” sempre e comunque alle logiche degli algoritmi perdendo in creatività e fantasia è una ricerca coordinata da Aaron Schecter dell’Università della Georgia, apparsa su Scientific Reports.

Lo studio, che fa parte di una serie di osservazioni, ha voluto provare a capire se le persone si affidano di più alle indicazioni di un sistema informatico rispetto ai consigli di persone in carne ed ossa.

I risultati fanno davvero riflettere: le probabilità di utilizzare i consigli attribuiti a un algoritmo rispetto a quelli attribuiti alle persone sono quasi doppie e crescono di oltre il 90%. Ma attenzione: non si chiedeva di ragionare su tecnologie matematiche ma su compiti legati al linguaggio e quindi molto “umani”.

Il test ha preso in esame oltre 150 persone, cui è stato proposto un test di associazione di parola. Ampiamente utilizzato per misurare la creatività di chi lo esegue. Il motivo? L’associazione di parole coinvolge la linguistica e la capacità di associare idee diverse. Quindi si tratta di un controllo in cui la soggettività è fondamentale. Viene da pensare che, viste le caratteristiche del questionario, il dominio della psiche umana rispetto alle regole intelligenti ma fredde dell’informatica dovrebbe essere pressochè totale. E invece no.

Ai partecipanti, per suggerire un termine in associazione a quelli evidenziati nel test, è stato proposto un suggerimento derivante da un algoritmo o dal consiglio di una persona. Stranamente (almeno questa è la percezione) la maggior parte delle persone ha scelto di seguire i consigli dell’algoritmo, che addirittura le faceva sentire il doppio sicure della loro risposta rispetto all’indicazione del “pari” umano.

E purtroppo, sul fronte della risposta, questa sicurezza riposta nell’algoritmo è risultata maggiormente fallace rispetto al consiglio umano. Anche se ci si sentiva molto tranquilli se supportati dal sistema intelligente.

Attenzione ai bias di automazione, è il consiglio che viene dagli esperti. I software di apprendimento sono estremamente utili, ma dobbiamo fare attenzione a non considerare verità assolute quanto un algoritmo ci propone. Magari anche scrivendo un messaggio di posta elettronica per lavoro. A volte, i suggerimenti possono essere superati dalla sana, vecchia creatività. Stiamo attenti a non farci dominare dalla logica.

Coterella
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