Aids tra progressi, lacune e tabù. L’analisi di Aldo Morrone

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Alcuni lo dimenticano, ma prima di Sars-CoV-2 ci sono state altre pandemie. Dall’influenza spagnola a quella asiatica, fino all’H1N1. Nell’ultimo secolo la maggior parte dei virus che hanno sconvolto il mondo, sono stati sconfitti grazie al lavoro di ricercatori e medici. L’Aids è stata probabilmente la pandemia più importante della nostra storia recente. E, a differenza di quanto si pensi, non è una malattia scomparsa. Anzi, la pandemia da Covid-19 ha contribuito a ostacolare l’emersione e il trattamento dei pazienti, almeno in Italia.

Se infatti gli ultimi dati, resi noti dall’Istituto superiore di sanità, indicano un’incidenza in calo, gli esperti sottolineano come ancora troppi soggetti (63%) scoprono l’infezione quando questa è in fase avanzata. Cosa vuol dire? La pandemia, le restrizioni e le difficoltà di accesso agli ospedali hanno ridotto screening e diagnosi.

In realtà, come ha spiegato a Fortune Italia Aldo Morrone, direttore scientifico del San Gallicano di Roma in occasione della Giornata mondiale, “l‘Aids non è neppure una malattia”. Il linguaggio confonde, “ma Hiv e Aids non sono la stessa cosa. L’infezione da Hiv è determinata da un virus che attacca e distrugge un particolare tipo di globuli bianchi: i linfociti Cd4. In gran parte l’Hiv rimane ‘soltanto’ un’infezione e non in tutti i soggetti si trasforma in malattia, e quindi in Aids. E a voler esser chiari, l’Aids è una sindrome. Ovvero una condizione patologica in cui compaiono diverse malattie caratterizzate da una riduzione della risposta immunitaria”, ha precisato Morrone.

La storia dell’Aids comincia viaggiando sulla ferrovia che collega il continente nero negli anni Venti. Continua volando a bordo di aerei da turismo sull’oceano Atlantico tra gli anni Sessanta e Ottanta e poi si spinge, per effetto della rivoluzione sessuale e dei viaggi sempre più accessibili, raggiungendo gli Stati Uniti.

Ma nel 2022 “la  malattia non è stata sconfitta”, come ha sottolineato Morrone. E analizzando i numeri, ci si rende conto di quanto in questa lotta contro l’Hiv c’entrino anche i due anni di Covid-19.

Quaranta(due) anni più tardi

Ne avevamo in parte già parlato esattamente un anno fa: “Covid si è fatta sentire in modo pesante“, scrivevamo.

Dal 1982 a oggi sono stati segnalati in Italia 72.034 casi di Aids, di cui 46.874 deceduti entro il 2019.  Nel 2021, le nuove diagnosi di infezione da Hiv sono state 1.770: pari a tre nuovi casi per 100.000 residenti. Un’incidenza che pone il nostro Paese al di sotto della media osservata tra gli Stati dell’Unione Europea (4,3 nuovi casi per 100.000), come riportato dal Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità.

“L’infezione risulta più diffusa tra i maschi, nella fascia di età 30-39 anni, ed è attribuibile per oltre l’80% dei casi ai rapporti sessuali. E l’incidenza, analizzando i dati, segue un trend in costante discesa: in particolare dal 2018 e con un declino ulteriore negli ultimi due anni. Va notato, tuttavia, che i dati relativi al 2020 e al 2021 hanno risentito dell’emergenza Covid-19 che ha comportato una sottodiagnosi o una sottonotifica. La realtà è un’altra”, ha ribadito il direttore del San Gallicano.

Gli ultimi anni, ovunque, hanno in effetti denotato un peggioramento notevole dell’infezione, sebbene la notizia non abbia avuto troppa risonanza. Questo aggravamento, secondo Morrone (ma non solo), è dovuto al fatto che tutti i servizi sanitari siano stati convogliati proprio verso la lotta a Sars-CoV-2.

D’accordo anche il ministro della Salute, Orazio Schillaci. “Grazie ai progressi scientifici le terapie hanno migliorato la qualità della vita dei pazienti con Hiv è ritardato insorgenza della malattia. L’incidenza dei casi è in diminuzione dal 2018 e più accentuata in ultimi due anni, ma le limitazioni della pandemia hanno comportato un ritardo diagnosi”, ha detto il ministro in occasione della Giornata mondiale dell’Aids.

Nel 2021, ogni 2 minuti una persona veniva infettata dal virus dell’Hiv, ma non se ne parla”, ha commentato Morrone. “Non sono i numeri degli anni ’80, certo. Ma l’Hiv non si è mai fermato. E l’aspetto che quasi mi spaventa, tutte le volte che ad esempio vado in Paesi come l’Africa, è constatare quanto la sua diffusione sia iniqua. Perché i trattamenti non sono disponibili per tutti”, ha aggiunto il direttore, che sostiene che l’Aids somigli un po’ a una “pandemia delle disuguaglianze”.

“Nei Paesi sviluppati siamo in grado di gestirla. Ma ci sono almeno 4000 persone ogni giorno nel mondo che diventano sieropositive. Con Covid-19 c’è stata grande mobilitazione a livello mondiale, i governi hanno finanziato lo studio, la ricerca e la produzione dei vaccini. Nel caso di Aids, i governi internazionali avrebbero dovuto già da tempo finanziare la capacità diagnostica soprattutto in determinate aree, rendendo le diagnosi più precoci possibili, e investire sulla distribuzione dei farmaci antiretrovirali”,  ha dichiarato Morrone, che l’Africa li conosce bene, perché da oltre trent’anni vi svolge un’intensa attività di assistenza medica.

“Nei Paesi in via di sviluppo mancano investimenti. Se vogliamo davvero risolvere il problema dobbiamo associare alla grande attività che viene svolta nei nostri Paesi occidentali, un’idea di solidarietà e condivisione delle possibilità di eseguire innanzitutto le diagnosi in tempi rapidi”, ha affermato il medico.

Aldo Morrone, direttore San Gallicano di Roma

Oggi sappiamo che esistono tre diverse modalità di contagio: ematica, materno-fetale e sessuale. In passato si credeva che addirittura ci si potesse contagiare per contatto. “No. L’infezione non si trasmette condividendo le stesse stoviglie, bagni, palestre, piscine e altri luoghi di convivenza. Non si trasmette con baci e carezze”, ha ricordato Morrone.

La via di trasmissione del virus Hiv più drammatica è sicuramente quella da madre a figlio durante la gravidanza, il parto o l’allattamento al seno. Ma la modalità preminente di contagio rimane quella tramite rapporto sessuale (83,5% in Italia). Gli eterosessuali rappresentano il 44% dei positivi (tra essi i maschi eterosessuali sono il 27,2% e le femmine eterosessuali il 16,8%), i maschi che fanno sesso con maschi il 39,5%.

“Le attuali possibilità di trattamento delle varie fasi dell’infezione da Hiv e delle patologie associate sono efficaci. Comprendono la terapia antiretrovirale, la profilassi (prevenzione) primaria e secondaria delle infezioni opportunistiche, le terapie di supporto e le cure palliative”, ha spiegato ancora Morrone. “Ma lo ripeto: per fare ricerca, combattere definitivamente lo stigma e offrire formazione occorrono soldi e stanziamenti“.

Una malattia tabù?

Nel 2022 l’Aids non è più una malattia come quella che ha conosciuto la generazione di chi ha vissuto nella vergogna, nell’allontanamento e nell’emarginazione. “Come la mia. È in ogni caso importante parlarne e ben vengano giornate come questa. Si parla di tante altre malattie: quelle oncologiche, il diabete, l’ipertensione arteriosa. Ma quando si va a toccare il tasto delle malattie sessualmente trasmissibili, almeno nel nostro Paese, è quasi come se ci fosse un atteggiamento di chiusura”, ha affermato Morrone.

Ci si chiude a riccio. “Probabilmente è l’effetto di un retaggio religioso. Nei Paesi nordici, e anche nei Paesi africani (non tutti) la sessualità è ancora vissuta come un gioco. In Italia sembra sia sempre connotata da un elemento negativo. Ne è un segnale il fatto che a scuola non esista una materia dedicata, e che quando accadono episodi di violenza di genere si tenda a trasformare la narrazione in qualcosa di patetico. Ignorando che il problema a margine è proprio la mancata formazione. Bisognerebbe capire che la sessualità è qualcosa di fondamentale alla sfera umana. E che va quindi vissuta con serenità e consapevolezza”, ha concluso il direttore.

Tra progresso e lacune: la Repubblica Democratica del Congo

Intanto, venti anni dopo l’apertura del primo centro di cure gratuite per i pazienti affetti da Hiv a Kinshasa, in Repubblica Democratica del Congo, Medici Senza Frontiere ha stilato un bilancio dei progressi ottenuti e delle sfide future di lotta al virus.

Secondo gli ultimi dati più di 500.000 persone in Congo vivono con l’Hiv, e una su cinque non ha accesso alle cure. Nel 2021, il virus ha causato 14.000 morti e circa 20.000 nuove infezioni. Ma rispetto al 2002, quando essere sieropositivi equivaleva per molti a una condanna a morte (con antiretrovirali rari e costosi) ci sono stati enormi progressi.

“Nei primi anni 2000 il costo delle cure era inaccessibile per la maggior parte dei pazienti. Nei primi mesi di attività del centro neanche Medici Senza Frontiere disponeva di questi farmaci e potevamo trattare solo sintomi e infezioni legate alla malattia” ha dichiarato Maria Mashako, coordinatrice medica di Msf in Congo.

Clarissa Mawika, che oggi ha 60 anni e che ha scoperto di essere sieropositiva nel 1999, ha raccontato che ripensare a quel periodo le provoca dolore. “Quando ho avuto l’esito del mio esame, ho pensato di dover preparare il mio funerale. La mia famiglia mi ha sostenuto inviandomi farmaci dall’Europa, ma a un certo punto non potevano più permetterseli. Ho dovuto interrompere la cura per diversi mesi e le mie condizioni sono peggiorate. È stato allora che qualcuno mi ha parlato di Msf”, ha detto.

Essendo la prima struttura sanitaria a offrire antiretrovirali gratuiti, in Kinshasa fin dall’inizio si è lavorato a ritmi serrati per ricevere un numero altissimo di pazienti: più di 21.000 in 20 anni, tra cui circa 700 bambini ammessi al centro. Con più di 15.000 pazienti stabili, di cui 2.129 bambini, seguiti dai servizi ambulatoriali.

Negli anni l’accesso alle cure nel Paese è stato notevolmente ampliato e il numero di nuove infezioni si è dimezzato. Tuttavia, la Repubblica Democratica del Congo dipende quasi esclusivamente da donatori internazionali e la mancanza di fondi è in gran parte responsabile dell’assenza di test gratuiti, della formazione per gli operatori sanitari e della carenza cronica di medicinali e servizi sanitari.

Per fornire un dato concreto: solo tre province in tutto il Paese dispongono di attrezzature adeguate a misurare la carica virale dei pazienti. Un quarto dei bambini nati da madri sieropositive non ha avuto accesso alla profilassi pediatrica alla nascita e due terzi dei bambini sieropositivi non ricevono la cura con gli antiretrovirali.

“Sono sconvolta dal fatto che così tante vite si stiano ancora perdendo per niente.” ha affermato ancora Mashako. “Se potessi esprimere un solo desiderio, vorrei che tra altri vent’anni Msf non fosse ancora qui a curare un così alto numero di pazienti sieropositivi“.

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