WOBI HEALTH

Aids, presente e futuro della lotta all’Hiv/VIDEO

Condividi su linkedin
Condividi su twitter
Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Aids

In 40 anni la ricerca scientifica ha modificato radicalmente la terapia dell’Hiv, assicurando alle persone sieropositive un’aspettativa di vita praticamente analoga a quella delle persone non infette dal virus dell’Aids. Ma lo stigma è duro a morire, e sono ancora molte le disuguaglianze in termini di accesso alle cure, ma anche di tipo economico: è il caso dell’accesso al credito. E la pandemia di Covid-19 si è fatta sentire in modo pesante. 

Se ne è parlato in un evento nell’ambito del progetto A/Way Together di Janssen, nella Giornata mondiale dell’Aids, per indagare sullo scenario attuale e sulle prospettive future della lotta a questo virus. Sono passati 40 anni, infatti, dalla pubblicazione di uno studio su un insolito aumento di due rare patologie tra i giovani omosessuali statunitensi. Le ricerche portarono, tre anni dopo, a individuare una malattia nuova: l’Aids (sindrome da immunodeficienza acquisita), causata da un virus, l’Hiv, capace di attaccare il sistema immunitario di una persona sana.

“A/Way Together è un percorso che abbiamo iniziato nell’estate del 2020 sentendo la necessità di fare chiarezza sui progressi della scienza in un momento in cui c’era bisogno di speranza e di nutrire delle aspettative di guarigione e di cura – ha spiegato Loredana Bergamini, direttore medico di Janssen Italia – In questa che è la terza edizione continuiamo a lavorare con virologi e infettivologi per indagare quella che da molti è considerata una pandemia nella pandemia: l’Hiv. L’infezione da Hiv non si è fermata, molto ancora rimane da fare. Ma è importante non smettere di impegnarsi per poterla controllare e, in futuro, eradicare”.

Gli esperti hanno evidenziato gli effetti della pandemia da Covid-19, anche in termini di mancate diagnosi e difficoltà di accesso alle strutture, alla luce dei recenti dati dell’Istituto superiore di sanità. “Potremo valutare meglio gli ultimi dati nel futuro: la diminuzione delle nuove diagnosi di Hiv è iniziata prima di Covid, grazie anche alla Prep in alcune Regioni. Ma è anche vero che ci sono state difficoltà di accesso ai test e ai servizi. Dovremo fare un bilancio tra questi diversi elementi fra qualche tempo”, ha spiegato Antonella Castagna, primario Malattie Infettive Irccs Ospedale San Raffaele Milano

“Faremo diagnosi più tardive rispetto a quanto accade normalmente. Adesso è necessario colmare questo gap e tenere i servizi territoriali aperti, nonostante la nuova emergenza pandemica”, ha aggiunto Claudio Ucciferri, dirigente medico presso la clinica di Malattie Infettive Ospedale “SS. Annunziata “ Chieti. “E’ stato complicato per le persone con Hiv raggiungere il proprio infettivologo, il proprio centro clinico e talvolta reperire i farmaci antiretrovirali”, ha testimoniato Massimo Oldrini, presidente nazionale Lila, che ha voluto ringraziare i medici per lo straordinario impegno in pandemia. “Ci sono stati dei problemi in alcuni centri, e siamo preoccupati per l’andamento di Covid-19. I dati dell’Iss sono da prendere con le pinze, ma ci allarma l’aumento di persone che scoprono tardivamente l’Hiv”, ha aggiunto.

Per Barbara Rossetti, specialista in Malattie infettive dell’Aou Senese, in epoca Covid “è vero che siamo tutti preoccupati per la mancata possibilità di accedere alle strutture sanitarie e alla prevenzione. In questi 18 mesi è stato sconvolto il funzionamento del servizio sanitario”, con riflessi pesanti “per le persone inconsapevoli del proprio stato di sieropositività e per quelle in trattamento”.

E’ prioritario dunque, secondo i relatori, assicurare non solo l’accesso alle diagnosi, ma anche ai servizi. “L’Hiv è ancora una patologia a esito mortale, a meno che non venga  curata regolarmente e per sempre. E con Covid-19 siamo stato allontanati da molti centri clinici – ha raccontato in un videomessaggio Filippo Von Schloesser, presidente di Nadir – Le persone con Hiv si sono trovate soltanto barriere di fronte”.

Ma allora come intervenire? “La proposta di legge sull’Hiv-Aids è stata depositata a fine 2018, poi è arrivata la pandemia  – ha detto Mauro D’Attis, presidente intergruppo parlamentare ‘L’Italia ferma l’Aids’, primo firmatario della proposta di legge 1972 all’esame della commissione Affari Sociali della Camera – Ora l’abbiamo ripresa e siamo in fase di audizione. Tra i vari obiettivi della  proposta di legge, c’è proprio l’obiettivo di favorire la diagnosi. Per questo viene introdotta la possibilità per i minori dai 16 ai 18 anni di accedere alla diagnosi senza il consenso del genitore o del tutore legale”.

“Uniti, insieme, possiamo fare qualcosa di concreto”, ha evidenziato D’Attis. Dal canto suo in quarant’anni la ricerca ha fatto molto: “Hiv-Aids era una malattia mortale, ma grazie ad un’azione congiunta fra ricercatori, aziende e community si è arrivati a test e farmaci, che erano allora imperfetti. Oggi possiamo proporre una terapia antiretrovirale che blocca la replicazione virale nella stragrande maggioranza dei pazienti, ma è anche semplice e molto ben tollerata”, ha aggiunto Castagna. “Inoltre oggi sappiamo che il paziente a viremia negativa non trasmette l’infezione per via sessuale“.

Molto però rimane da fare: a livello territoriale vi sono molte disequità in termini di accesso alle cure. Resta ancora lontano l’obiettivo, controverso, del vaccino. E occorre accelerare nella lotta allo stigma e nell’impegno per l’eradicazione di Hiv.

In questi anni “è cambiata la popolazione coinvolta: adesso l’Hiv è un’infezione sessualmente trasmissibile, e l’età dei soggetti che si scoprono sieropositivi è aumentata. Adesso vediamo un’età media intorno ai 40 anni”, ha ricordato Oldrini. “Oggi però dobbiamo ricordare che la ricerca ha cambiato tutto: le persone con Hiv possono immaginare il proprio futuro e pensare di avere figli, anche naturalmente. Quello che è meno cambiata è la paura che questa infezione suscita nella popolazione, e lo stigma. In Italia una persona con Hiv, se lo dichiara, ha difficoltà ad accedere al credito, a fare un mutuo, a fare una polizza. C’è molto da fare e contiamo sull’impegno delle istituzioni”.

Un impegno che D’Attis ha assicurato, anche per quanto riguarda la questione della rimborsabilità della Prep sul territorio nazionale: “Una misura di civiltà che lo Stato non può non garantire”, ha detto. Questo “è un momento particolare: 40 anni sono tanti, ma ora la sanità potrà contare sui fondi del Pnrr. Per fare ricerca, combattere lo stigma e fare formazione ci vogliono soldi e stanziamenti. Stiamo lavorando già nella Legge di Bilancio per uno stanziamento mirato, attraverso un emendamento, e per inserire nel Pnrr un focus sulla lotta ad Hiv e Aids”, ha garantito D’Attis.

Insomma, è diffusa la consapevolezza che non ci sia tempo da perdere. Anzi, secondo gli esperti occorre accelerare su formazione, digital health e ricerca. Ma serve anche tornare a parlare di Hiv-Aids alle giovani generazioni, magari con campagne mirate e portando nelle scuole l’educazione sessuale e affettiva.

a2a
REVERSE HEALTH

Leggi anche

a2a
REVERSE HEALTH

Ultim'ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.