Innovazione e ricerca in Italia, spendiamo poco e male

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A frenare l’innovazione in Italia sono tanti, a volte antichi, nodi che devono essere sciolti, affinchè a pagarne lo scotto non siano i cittadini. “La sanità è stata e sarà sempre un asset strategico per l’Italia. La pandemia ci ha mostrato il lato umano e virtuoso del Servizio sanitario nazionale, ma ha anche messo a nudo tante criticità. Covid ci ha messo faccia a faccia, in modo drammatico, con problemi che esistono da anni e che attendono riforme ormai non più rinviabili”, ha ricordato il presidente della Fondazione Mesit, Marco Trabucco Aurilio, nel corso dell’incontro a Palazzo Altieri (Roma) organizzato dalla Fondazione con l’Università di Roma Tor Vergata, il Ceis, l’Università degli Studi Roma 3 e il Crispel.

“Due criticità – ha proseguito Trabucco – vanno affrontate con urgenza: l’accesso all’innovazione terapeutica e la valorizzazione del “capitale umano”, di chi ogni giorno garantisce cure e assistenza ai cittadini”. Il presidente della Fondazione Mesit ha ricordato che l’innovazione terapeutica ha modificato in modo radicale la prognosi e la cura di patologie complesse, oncologiche e non solo.

“Ci sono terapie che cambiano la vita delle persone, ma il tema è oggi quello del ritardo di accesso a queste terapie. Nel nostro Paese – ha evidenziato – il problema è la burocrazia, che non sempre è al passo con l’innovazione. Questi ritardi sono un grande freno per il Ssn, che si confronta con sfide di portata mondiale”. Trabucco ha sottolineato come il ritardo, o il mancato accesso alle terapie innovative, generi quotidianamente disuguaglianze nel diritto alla salute. “La miglior cura – ha ammonito – va garantita indipendentemente dalla regione di residenza del paziente”.

C’è poi la questione dei finanziamenti. “Il nostro Paese – ha sottolineato Francesco Saverio Mennini, research director EEHTA del Ceis Università di Roma Tor Vergata e presidente Sihta- nel 2000 spendeva quanto poteva permettersi per finanziare il Servizio sanitario nazionale, tuttavia andando avanti, nel 2014 l’Italia risultava già al di sotto della retta di regressione, con un investimento molto inferiore alle reali possibilità e in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei. Nel corso degli anni la situazione è andata peggiorando. Negli ultimi anni abbiamo speso meno di quello che avremmo potuto per finanziare la sanità pubblica, benché una spesa maggiore non avrebbe messo a rischio le finanze del Paese”.

E adesso? Mennini ha ricordato che l’aumento della spesa sanitaria pubblica sul Pil  del 2020 è legato solo all’aumento per l’emergenza Covid, “tant’è che adesso andiamo nuovamente verso una riduzione, riportando l’Italia molto al di sotto rispetto a quanto fatto da altri Paesi, con il rischio di non garantire i Lea”.

Una spesa ridotta mostra una certa miopia, visto che “investire in sanità significa anche garantire e strutturare un sistema che migliorare la salute dei cittadini, generando un effetto estremamente positivo a sul piano economico e sociale in termini di produttività e consumo. In ultima analisi – ha concluso Mennini – c’è bisogno della volontà politica di seguire un percorso che non serve solo a migliorare il livello di salute dei cittadini, ma anche a creare un volano economico molto importante”.

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