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Manovra, il rebus sanità e l’allarme dei medici

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Sarà una legge di Bilancio “complicata” quella su cui sta ragionando il governo Meloni. E se a dirlo è il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenuto in collegamento al Meeting di Rimini, le prospettive per la sanità italiana già in affanno non appaiono certo rosee.

I famosi 4 miliardi chiesti dal ministro della Salute Orazio Schillaci per tentare di risollevare il Ssn sembrano destinati a svanire, e questo preoccupa non poco gli operatori del settore, alle prese con una crisi dalle radici antiche, che gli anni di Covid-19 hanno esacerbato. Come emerge anche dalla questione ‘liste d’attesa’ e dalla fuga dei medici dal Ssn.

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Una nuova stagione di tagli?

Se “tutte le leggi di Bilancio sono complicate, anche quelle dell’anno scorso lo erano”, Giorgetti in vista dell’autunno sembra mettere le mani avanti: “Non si potrà fare tutto. Si metterà un ordine di priorità agli interventi”.

In tema di sanità pare che la richiesta del Mef sia quella di “razionalizzare le spese”. Ma in pratica, che cosa tagliare? La pletora di esami inutili sembra essere nel mirino. “Di certo – sottolinea la Federazione Cimo-Fesmed – non si potrà tagliare ulteriormente il numero di posti letto ospedalieri e il tasso di ricovero, considerato che entrambi risultano ampiamente al di sotto dello standard stabilito dalla norma: tra il 2010 ed il 2020 sono stati persi 39.000 posti letto ospedalieri, scesi a 3,18 per 100.000 abitanti a fronte dello standard pari a 3,7 per 100.000 abitanti”.

Secondo i dati Ocse nello stesso decennio l’Italia è stato, dopo il Messico, il Paese con la più elevata riduzione del tasso di ospedalizzazione (- 32,61%), pari a 93,13 per 1000 abitanti a fronte dei 160 per 1000 abitanti previsti dallo standard del DM 70/15. E il taglio più drastico si è verificato proprio nelle Aziende ospedaliere, quelle destinate alle alte specialità, in cui i ricoveri ordinari sono calati del 71,41%. “Probabilmente la vera inappropriatezza sta in un’offerta sanitaria inadeguata rispetto ai reali bisogni di salute dei cittadini”, sottolinea la Federazione.

Ottimizzare le spese e ridurre le attese

Alcune spese possono essere ottimizzate, ammettono i medici. “Utilizzando ad esempio in modo più oculato i milioni di euro con cui vengono ricoperte d’oro le cooperative chiamate a far coprire i turni negli ospedali ai medici a gettone. Risorse che vengono prese dalla voce di bilancio “beni e servizi” per non superare il tetto alla spesa per il personale che impedisce a Regioni e aziende di incentivare i dipendenti”.

Per Cimo-Fesmed queste risorse si potrebbero utilizzare, almeno per i prossimi due anni, per finanziare un piano di recupero dei tempi di attesa, ricorrendo al lavoro del personale sanitario in servizio attraverso strumenti incentivanti. Un trasferimento di fondi che, quasi a costo zero, garantirebbe un reale vantaggio per i cittadini.

“Senza un vero e proprio Piano Marshall, il dramma delle liste d’attesa non si può superare – sostiene Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed – Ma non nascondiamoci dietro a un dito: queste possono essere misure tampone che tuttavia non sono in grado di rilanciare la sanità pubblica. Se si vuole salvare il Ssn occorrono investimenti veri per aumentare l’offerta sanitaria, rafforzando i servizi ambulatoriali presenti sul territorio e recuperando le prestazioni ospedaliere falcidiate negli anni. E assumere personale”.

Una coperta sempre più corta

La coperta, come si suol dire, è corta. E ora, con la pandemia sotto controllo, sembra che la sanità pubblica finirà ancora una volta per pagare pegno. “Non si fa nulla per trovare quei 4 miliardi richiesti dal ministro Schillaci – aggiunge Quici – non c’è all’orizzonte alcuna intenzione di lavorare a una seria e concreta lotta all’evasione fiscale, che da sola consentirebbe di trovare molti più soldi di qualsiasi tassa sugli extraprofitti; e si continua a voler ignorare la possibilità di ricorrere al Mes che, vista la situazione, darebbe una vera boccata d’ossigeno alla sanità pubblica. Se invece l’intenzione è quella di privatizzare il Servizio sanitario nazionale – conclude – occorrerebbe avere quantomeno il coraggio di confermare pubblicamente una decisione già assunta da tempo e di spiegarne le conseguenze ai cittadini”. Che nel frattempo, in caso di problemi di salute, non possono che attendere (o metter mano al portafogli).

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