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L’AI e il business del caro defunto, arriva il Deadbot

chatbot intelligenza artificiale

Alzi la mano chi, in gioventù e non solo, non si è trovato (a volte anche solo per gioco) nel bel mezzo di una seduta spiritica. Il tavolino che si muove, la catena delle mani, le lettere che si spostano a disegnare parole. A prescindere dalle capacità medianiche, vere o presunte, quelle esperienze rimangono. E rappresentano una sorta di tentativo di mantenere un contatto con i cari defunti provare ad interrogarli, cercare di ascoltare ancora la loro voce. Proviamo a trasferire all’oggi questi bisogni. E cerchiamo di comprendere quanto e come l’AI, l’intelligenza artificiale, potrebbe (se già non è in grado) diventare uno strumento per mantenere viva, almeno vocalmente e sul fronte degli aspetti della personalità, la presenza di chi è defunto.

Con un mercato, quello del cosiddetto “Deadbot” o “Griefbot”, che si sta amplificando e che potrebbe porre in futuro la necessità di normative etiche (e forse non solo) per regolamentare questi contatti ‘post-mortem’. Perché oggi la tecnologia può consentire, anche a distanza di tempo, la possibilità di conservare tratti vocali in grado di riportare timbro e tono del defunto, con conseguente possibilità di poter non solo riascoltare la voce, ma anche di trovarsi esposti a messaggi che potrebbero in qualche modo influenzare le scelte di chi è ancora vivente.

Insomma, si potrebbe disegnare anche una sorta di “rischio” di influenza nelle decisioni dei vivi che arriva da sistemi intelligenti che, in qualche modo, inviano messaggi da parte di chi non c’è più.

A puntare il dito su un settore che necessita di regole e controlli nella progettazione, anche per il potenziale rischio di impatti psicologici potenti su soggetti particolarmente fragili che si trovano ad ascoltare le voci di genitori, fratelli o figli ormai deceduti, è un’originale ricerca condotta dagli esperti di etica dell’AI del Leverhulme Center for the Future of Intelligence dell’Università di Cambridge, apparsa su ‘Philosophy and Technology’.

I chatbot che in qualche modo, grazie all’AI, sono in grado di riprodurre fedelmente tratti psicologici e linguistici post-mortem sono infatti una realtà che si affaccia sul mercato. E vanno normati. Anche, e scusate se si tratta davvero di un’aberrazione comunque possibile sul fronte tecnologico, per quanto riguarda i messaggi della pubblicità.

Un esempio? Provate ad immaginare che impatto potrebbe avere su un individuo fragile come un bimbo, la voce di un genitore prematuramente defunto che invita, di nascosto, a consumare un determinato prodotto. O magari riflettete sulla possibile molestia, per non dire oppressione, derivante dai messaggi di un proprio caro che digitalmente continuano ad affollarsi sulla casella di posta elettronica. Il peso emotivo potrebbe divenire insopportabile per chi riceve queste sollecitazioni.

C’è davvero molto da fare, insomma, per non ritrovarsi a vivere, magari anche senza volerlo, gli stress di una presenza virtuale ma estremamente attiva di chi è defunto. Perché la tecnologia potrebbe davvero, e senza un grande impegno, far diventare i “deadbot” strumenti di sollievo (purché non diventi tormento) nella vita quotidiana.

Ma sono tanti gli interrogativi che accompagnano questa opportunità. Sia sul fronte del volere di chi muore, che sempre più potrebbe voler essere virtualmente presenze grazie alle possibilità offerte dallo sviluppo dell’informatica, sia per chi rimane. Perché se non si è preparati a elaborare il dolore, anche un semplice messaggio vocale che si reitera può diventare difficile da sopportare. Il “deadbot” quindi va sottoposto a precise norme. Da individuare. Per rispettare il volere di chi ci lascia e al contempo non impattare, anche a fini meramente commerciali, su chi rimane. Perché la tecnologia può fare davvero molto. Ma non deve diventare padrona.

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