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Quanto spendono gli italiani per i farmaci (e il caso equivalenti)

farmaci

Non è trascurabile lo ‘zoccolo duro’ formato dai cittadini italiani che preferiscono, sempre i comunque, i farmaci ‘di marca’. E questo anche se la situazione generale – e le tante crisi in corso – dovrebbero favorire, almeno in teoria, i più economici equivalenti. Ma tant’è: la spesa privata per i medicinali cresce ancora in Italia, mentre il ricorso agli equivalenti resta basso, soprattutto al Sud. Un rebus, a ben guardare: un connazionale su tre ancora non si fida di questi prodotti, mentre circa la metà si dice propenso all’acquisto. Quando però si va in farmacia, ancora troppo spesso si finisce per chiedere il griffato (pagando la differenza di tasca propria).

I numeri presentati da Cittadinanzattiva e Scuola Sant’Anna di Pisa parlano chiaro: nel 2022 i cittadini, compresa la quota della compartecipazione (ticket regionali e differenziale), per l’acquisto privato dei medicinali di classe A e per i farmaci di classe C hanno speso 9,9 miliardi, il 7,6% in più rispetto al 2021. Il tutto con una costante: la spesa per i ‘griffati’ è storicamente più elevata nelle Regioni a basso reddito.

Cosa pensano gli italiani

A ‘fotografare’ i dubbi dei connazionali è l’indagine realizzata da SWG, tra aprile e maggio, su un campione di 2.500 cittadini maggiorenni e promossa da Cittadinanzattiva nell’ambito della campagna Ioequivalgo, con il contributo non condizionato di Egualia. Come ha spiegato Riccardo Grassi, il 56% del campione si dichiara attento alla salute, il 52% fa esami di routine (61% over 64), la maggioranza dichiara di stare bene (44%) o molto bene (37%), ma tre italiani su cinque e lamentano stanchezza ed affaticamento, e quasi la metà dolori osteo-articolari e insonnia. Piccoli disturbi che hanno affrontato rivolgendosi al medico (31%), allo specialista (16%) al farmacista (10%) e acquistando farmaci da banco (31%).

E qui arriva qualche sorpresa: il 72% del campione è ben informato sugli equivalenti, dichiarando di averne sentito parlare dal farmacista (58%) o dal medico (41%), l’83% del campione sa che l’equivalente contiene lo stesso principio attivo del brand, il 69% che contiene la stessa quantità di farmaco, ma per quasi un quarto della popolazione generici ed equivalenti non sono la stessa cosa. E quasi il 30% degli intervistati continua ad avere dubbi sul fatto che questi prodotti abbiano la stessa efficacia degli originator.

Cosa c’è sulla ricetta

Quando si trovano davanti al bancone della farmacia, quasi due italiani su tre (64%) si affidano alle indicazioni del medico e del farmacista (23%). Maqui arriva il bello: il 20% del campione dice che il medico in ricetta indica solo il farmaco di marca; il 36% che indica il principio attivo e il farmaco di marca; solo il 31% riferisce che il medico indica solo il principio attivo lasciando al paziente la scelta tra equivalente e brand. Così se il 47% si dice comunque orientato ad acquistare un equivalente, il 19% opta per quello di marca.

L’impatto economico della diffidenza

Come emerge dall’ultimo Report realizzato dal Centro Studi di Egualia, nel 2023 i cittadini hanno versato di tasca propria 1.029 milioni di euro di differenziale di prezzo per ritirare il brand off patent – più costoso – invece che il generico-equivalente – a minor costo – interamente rimborsato dal Ssn. E su questo fronte il discrimine geografico è evidente: gli equivalenti piacciono di più al Nord (39,8% delle confezioni vendute) rispetto al Centro (29%) e al Sud (23,7%), a fronte di una media Italia del 32%. In coda per consumi di equivalenti troviamo invece tre regioni: Sicilia (22,7%), Campania (21,9%), Calabria (21,7%).

Dal canto suo Milena Vainieri, docente di Management presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha descritto il lavoro relativo al network di 11 regioni messe a confronto per un’analisi sistematica delle rispettive performance. Da quest’anno, a titolo sperimentale, la Sant’Anna ha inserito tra gli indicatori anche il ricorso agli equivalenti e i dati sul differenziale di prezzo versato di tasca propria dai cittadini per ritirare in farmacia il brand invece degli equivalenti.

Questione di informazione

Eppure molto è stato fatto in questi anni. La campagna Ioequivalgo – avviata da Cittadinanzattiva dal 2016 – ha raggiunto, in cinque edizioni, tutte le regioni d’Italia con i suoi villaggi allestiti nelle piazze e negli atenei dove le persone hanno potuto ricevere informazioni corrette. L’edizione  in corso della campagna ha indagato le ragioni per cui al Sud, ed in particolare nelle regioni pilota Campania e Sicilia, il ricorso ai farmaci equivalenti sia così ridotto. Ma evidentemente ancora non basta.

“Crediamo che a questo punto sia necessaria una grande campagna di informazione e comunicazione istituzionale rivolta alla cittadinanza e agli operatori sanitari (medici, farmacisti, infermieri), per superare le resistenze di tipo culturale ma anche gli ostacoli pratici nella domanda e nell’offerta di questi farmaci”, afferma Valeria Fava, responsabile coordinamento politiche della salute di Cittadinanzattiva, organizzazione convinta che occorra fare di più su questo fronte. Ad esempio, promuovendo un Tavolo Tecnico a livello regionale con il coinvolgimento di medici, farmacisti, infermieri, Distretti sanitari, rappresentanti delle società scientifiche e delle organizzazioni civiche e di pazienti per migliorare l’accesso ai farmaci equivalenti sul territorio a partire dai dati di monitoraggio dei cittadini.

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