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Ricerca, i ‘cervelli’ italiani che il mondo ci invidia

ricerca ricercatori

Non solo ‘cervelli’ in fuga: gli scienziati italiani lasciano il segno nella ricerca, e a dimostrarlo sono i numeri di pubblicazioni e citazioni del loro lavoro. A confermarlo è l’ultima classifica globale diffusa in questi giorni dalla piattaforma Research.com. Ancora una volta a guidare il drappello italiano è l’immunologo Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e docente alla Humanitas University. Con 230.160 citazioni, 1.761 pubblicazioni e un H-index pari a 220 (indicatore di qualità della produzione scientifica), l’immunologo è 63esimo nel ranking mondiale dei ‘Best Medicine Scientists’, i migliori scienziati del settore medicina, oltre che primo a livello nazionale.

Italiani nel mondo

Allargando il focus agli italiani all’estero, l’italiano più alto in classifica in assoluto è l’oncologo Carlo Maria Croce dell’Ohio State University, 35esimo al mondo (con un H-index nella sua disciplina pari a 241, 264.424 citazioni e 1.524 pubblicazioni). Il lavoro di ricerca di Croce si concentra prevalentemente sui micro-Rna in oncologia.

La prima donna

Tornando al ranking degli studiosi attivi nel nostro Paese, al secondo posto (92esimo a livello mondiale) c’è Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs. Prima donna italiana nella classifica mondiale – al 186esimo posto – è invece Silvia Franceschi del Cro (Centro di riferimento oncologico) di Aviano, quinta in Italia. Come spiega all’Adnkronos Salute, Franceschi ha trascorso 25 anni all’estero. E ci tiene a non essere chiamata professoressa: “Non ho mai lavorato nelle università, sempre in enti di ricerca, i meccanismi di ingresso all’università non fanno per me”.

Medico, specializzata in ginecologia e statistica sanitaria e con un Master in epidemiologia all’Imperial Cancer Research Fund di Oxford (Regno Unito), Franceschi, esperta internazionale di epidemiologia oncologica, ha contribuito alla comprensione del ruolo del Papillomavirus umano nel tumore del collo dell’utero, dell’ano e dell’orofaringe. “Molto presto nella mia carriera – racconta – mi sono appassionata all’epidemiologia dei tumori. E sin da quando ero all’università ho cercato di fare ricerca, all’inizio all’Istituto Mario Negri, poi ad Oxford, poi all’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione, per poi rientrare nel 2018 in Italia al Cro. Racconto tutto questo per dire che la prima chiave della mia produttività scientifica è di essere stata molto ‘mobile’ e di non essermi mai ‘impigrita’ rispetto alla possibilità di ampliare la mia capacità di comprensione dei dati in altri Paesi”.

Il secondo elemento per spiegare il gran numero di pubblicazioni, continua, “credo sia nel fatto che serve amare scrivere e anche riscrivere, perché un articolo per diventare citabile richiede cura, precisione e qualità. E poi bisogna essere altruisti, lavorare con tanti giovani e lasciare loro il primo nome sui lavori perché sono loro che devono farsi le ossa, non più io. Tutto questo ‘disegna’ il modo giusto di pubblicare”.

Il Sud e la ricerca

Nella classifica dei top scientist in medicina, il primo in forze in un’istituzione del Sud è Vincenzo Di Marzo, del network del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), di base a Pozzuoli. Per lui il 633esimo posto a livello mondiale e il 15esimo in Italia. “Credo che ci siano in Italia menti mediche brillanti sia al Nord che al Centro o al Sud e nelle Isole. Ma diversi fattori ‘ambientali’ spesso limitano o favoriscono la produttività scientifica. Per altri tipi di ricerca (fisica, chimica) le cose non vanno sempre così”. Ne è convinto lo stesso Di Marzo, scienziato del network Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) di base a Pozzuoli. I primi 14 ricercatori italiani in classifica sono localizzati prevalentemente al Nord.

Un gap da colmare? “La ricerca medica – dice Di Marzo parlando con Adnkronos Salute – richiede finanziamenti elevatissimi e infrastrutture all’avanguardia, che possono essere ottenuti solo in aree geografiche dove la ricerca viene considerata davvero una priorità. Anche e soprattutto grazie a fondazioni private e ‘charities’ che, oggi come 50 anni fa, sono meno diffuse nel Meridione, purtroppo sempre indietro economicamente e come ricchezza e stipendi pro-capite medi. I soldi vanno dove già ci sono infrastrutture imponenti ed in questo purtroppo il Sud è ancora indietro”.

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