Occhio alla glicemia. Ad accendere i riflettori su questo ‘marcatore di salute‘ ben noto ai malati di diabete è uno studio italiano sul melanoma, presentato in occasione del meeting 2025 dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) di Chicago. Livelli elevati di glicemia nel sangue potrebbero, infatti, comportare una prognosi peggiore dei pazienti con malattia metastatica in trattamento con l’immunoterapia.
Non solo. Dal microambiente tumorale possono arrivare informazioni preziose che consentono di sapere in anticipo quali pazienti con melanoma possono o meno beneficiare dei trattamenti immunoterapici, come suggeriscono due studi presentati da Paolo Ascierto, presidente della Fondazione Melanoma e direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Pascale di Napoli, all’Asco. I lavori sono stati condotti nell’ambito dello studio clinico SECOMBIT, ideato proprio per valutare l’efficacia di diverse sequenze terapeutiche nei pazienti con melanoma metastatico Braf mutato. Vediamo allora meglio queste novità.
Paolo Ascierto (Pascale): “La nuova era della lotta al melanoma è iniziata”
Glicemia, diabete e melanoma
Parlavamo di glicemia: se è alta, anche in assenza di diabete, la prognosi è peggiore e la sopravvivenza al melanoma si dimezza. “Con la scoperta del ruolo della glicemia nei pazienti con melanoma potremmo aver individuato un nuovo potenziale marcatore prognostico che ci consentirebbe di migliorare la risposta dei pazienti ai trattamenti”, commenta Paolo Ascierto.
Nel suo studio sono stati coinvolti 1.079 pazienti non diabetici con melanoma metastatico trattati con gli inibitori dei checkpoint immunitari, trattamenti che mirano a eliminare i “freni” che impediscono al nostro sistema immunitario di riconoscere e attaccare il tumore della pelle. I ricercatori hanno misurato i livelli di glucosio nel sangue in tre momenti distinti nelle due settimane precedenti all’inizio del trattamento con l’immunoterapia, individuando come soglia il valore di 93.33 mg/dL.
I pazienti con glicemia bassa hanno quasi il doppio della sopravvivenza globale mediana rispetto ai pazienti con glicemia elevata (27.7 mesi contro 14.5 mesi). Non solo. “Dall’analisi dei biomarcatori è emersa un’associazione positiva tra glicemia e livelli elevati di Interleuchina-6 (IL-6), un noto biomarcatore dell’infiammazione”, precisa Domenico Mallardo, ricercatore presso Irccs Istituto Nazionale Tumori Fondazione G Pascale già nella lista dei 40 Under 40 di Fortune Italia.
Come evidenzia Paolo Ascierto, “la scoperta del ruolo della glicemia consente di identificare i pazienti non diabetici a maggior rischio di una risposta meno favorevole all’immunoterapia e di una progressione della malattia più rapida. Sebbene lo studio non abbia indagato i possibili effetti di interventi sulla glicemia, la forte associazione tra glicemia elevata e infiammazione suggerisce che la modulazione della glicemia potrebbe rappresentare una strategia per migliorare l’efficacia dell’immunoterapia. Ipotizziamo, infatti, che i pazienti potrebbero beneficiare di modifiche dello stile di vita e di interventi dietetici mirati ad abbassare la glicemia quando superiore alla soglia di 93.33 mg/dL”. Un lavoro che potrebbe portare anche allo sviluppo di nuove terapie mirate.
A caccia di biomarcatori per terapie di precisione
Nel primo dei due studi sull’immunoterapia “vengono messe alla prova diverse sequenze di farmaci inibitori di BRAF, che ‘spengono’ il gene iperattivato, e di immunoterapici, cioè farmaci che tolgono il ‘freno’ che impedisce alle cellule immunitarie di colpire il tumore – spiega ancora Ascierto – Combinazioni che hanno rivoluzionato il trattamento del melanoma con mutazione BRAF, offrendo elevati tassi di risposta e benefici clinici prolungati anche in pazienti con metastasi. Tuttavia, non tutti rispondono a queste combinazioni. Ora stiamo imparando a capire il perché”.
I ricercatori si sono concentrati sulla cosiddetta biologia spaziale, una metodica che punta a esaminare la localizzazione e le interazioni di diversi tipi di cellule nel microambiente tumorale. “Attraverso analisi avanzate condotte su 42 biopsie pretrattamento, abbiamo identificato 15 tipi di cellule, tra cui 10 diverse popolazioni di cellule immunitarie, oltre a 10 marcatori di stato cellulare – afferma Ascierto – Abbiamo così studiato ben 1.941 caratteristiche spaziali, da cui abbiamo selezionate le principali associate a una migliore risposta ai trattamenti, quindi a una maggiore sopravvivenza e a un maggiore beneficio clinico prolungato”.

Il biomarcatore TK1 e il melanoma metastatico
Nel secondo studio l’attenzione dei ricercatori si è concentrata su un biomarcatore già noto per i tumori ematologici: la timidina chinasi 1 (TK1). Si tratta di un enzima che svolge un ruolo fondamentale nella sintesi e nella riparazione del Dna, il cui aumento nel sangue può indicare un’attività di proliferazione cellulare più elevata.
“In questo nuovo studio, il primo condotto su TK1 nel melanoma metastatico, abbiamo analizzato 81 pazienti: 40 con livelli elevati di TK e 41 con livelli bassi dello stesso enzima. I risultati – dice Ascierto – hanno mostrato una marcata differenza nella prognosi tra i due gruppi”. Nel dettaglio: la mediana di sopravvivenza a 5 anni è risultata più bassa nei pazienti che presentavano livelli elevati di TK.
Anche per il melanoma “siamo entrati nell’era dell’immunoncologia di precisione. I risultati degli studi confermano che si possono selezionare i trattamenti in base alle caratteristiche non solo del tumore, ma del microambiente e del sistema immunitario. Questo significa poter dare subito ai pazienti la terapia più efficace, evitando loro trattamenti inutili e con pesanti effetti collaterali”, conclude Ascierto.

