Sui dazi per la farmaceutica “al momento non è ancora possibile indicare un’unica e definitiva decizione ufficiale, che sia già stata formalizzata e resa legalmente vincolante per il 1 agosto”. A sottolinearlo è Carlo Centemeri, farmacologo e tossicologo clinico dell’Università di Milano, che analizza con Fortune Italia la ‘tegola dei dazi’ e le prospettive per un settore del Made in Italy da 56 mld di euro di produzione.
Se al momento non ci sono certezze, la politica dei dazi (comunque vada) rischia di tradursi in una mazzata per il settore. Non solo in Italia. Se la misura potrebbe pesare per oltre 4 mld sul pharma italiano, come ha detto il presidente di Farmindustria Marcello Cattani, il rischio concreto è infatti quello di un effetto boomerang, con una maggiore spesa per il sistema sanitario americano.
“Le decisioni finali in materia di commercio internazionale vengono formalizzate attraverso ordini esecutivi o regolamenti specifici, che potrebbero essere ancora in fase di elaborazione. Tuttavia, sulla base delle direzioni politiche annunciate e delle proposte più accreditate, la strategia dell’amministrazione Trump sulle tariffe si articola su più livelli, piuttosto che su un’unica misura”, dice Centemeri. Ecco le varie possibilità sul tavolo.
Le principali direttrici d’azione
Tariffa di base universale: “La proposta più consistente è l’introduzione di una tariffa minima di base, spesso quantificata nel 10%, da applicare a tutte le merci importate da qualsiasi Paese. Questo fungerebbe da nuovo standard per l’accesso al mercato Usa”, sintetizza Centemeri.
Tariffe punitive verso la Cina: “È stata avanzata l’intenzione di imporre dazi molto più elevati sulle importazioni per esempio cinesi, con aliquote che potrebbero superare il 60%. Questa misura sarebbe mirata a penalizzare specificamente la Cina”.
Principio di reciprocità: “È stata poi discussa l’applicazione di dazi speculari. Se un Paese applicasse una certa tariffa su un prodotto americano, gli Stati Uniti applicherebbero la stessa identica tariffa su un prodotto analogo di quel Paese”.
“In sintesi, l’approccio più probabile non è una singola decisione, ma un sistema flessibile e a più livelli che combina queste tre strategie. Per conoscere l’esatta misura che entrerà in vigore il 1 agosto – avverte il farmacologo – sarà dunque necessario fare riferimento ai comunicati ufficiali della Casa Bianca o ai documenti del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) che verranno pubblicati a ridosso della data”.
L’impatto su pharma
“Il settore farmaceutico per sua natura globale e interconnesso, sarà uno dei più esposti alle conseguenze di questa tariffa universale”, stima Centemeri. L’impatto sulla farmaceutica può essere analizzato su più livelli: quello dei costi di produzione, quello relativo a prezzi e spesa e, infine quello sulla supply chain”.
Aumento immediato dei costi di produzione
Vediamo meglio in che modo. “La catena di approvvigionamento farmaceutica globale è estremamente complessa e ottimizzata sui costi. L’imposizione di una tariffa del 10%, ad esempio, inciderà direttamente su due anelli critici della catena: principi attivi farmaceutici (Api) e intermedi chimici. Una vasta maggioranza degli Api (componenti principali di un farmaco) e dei loro precursori chimici utilizzati dalle aziende farmaceutiche americane è importata. La Cina e l’India sono i principali fornitori mondiali. Una tariffa del 10% su questi componenti essenziali si tradurrà in un aumento diretto e inevitabile dei costi di produzione per quasi tutti i farmaci, sia di marca (branded) che generici”, dice l’esperto.
Non solo: “Molti farmaci complessi, in particolare biofarmaci, vaccini e terapie specialistiche, vengono prodotti in stabilimenti altamente specializzati situati in Europa (es. Irlanda, Germania, Svizzera) e poi importati nel mercato statunitense”. Anche questi prodotti finiti subiranno l’effetto dazi, aumentando il costo finale del farmaco pronto per la distribuzione.
Prezzi e spesa sanitaria
“È altamente probabile che le aziende farmaceutiche trasferiscano, almeno in parte, l’aumento dei costi sul consumatore finale e sul sistema sanitario. Dunque i pazienti potrebbero vedere un aumento dei prezzi dei farmaci, sia attraverso un prezzo di listino più alto sia tramite co-pagamenti (co-pays) più onerosi”, spiega il farmacologo.
In ottica Usa, programmi federali come Medicare e Medicaid, così come le assicurazioni private, “dovranno sostenere costi di rimborso più elevati. Questo potrebbe portare a un aumento dei premi assicurativi e a una maggiore pressione sui budget sanitari nazionali e statali”.
Rischio di interruzioni della supply chain e carenze di farmaci
Al di là dell’impatto economico, i dazi introducono anche un elemento di forte incertezza e rischio operativo. “È quasi certo che i principali partner commerciali, come l’Unione Europea e la Cina, risponderanno con tariffe di ritorsione. Sebbene questo possa colpire altri settori dell’economia Usa, potrebbe anche complicare ulteriormente la logistica e le esportazioni di prodotti farmaceutici americani”, ragiona Centemeri.
La logistica “just-in-time” del settore pharma “è vulnerabile. Nuove procedure doganali, ispezioni e la volatilità introdotta dalle tariffe possono causare ritardi. Per farmaci con una breve durata di conservazione o che richiedono una catena del freddo, questi ritardi possono essere critici e portare a carenze.” Stando all’esperto il rischio è particolarmente elevato per i farmaci generici a basso margine, dove i produttori potrebbero decidere di abbandonare il mercato Usa, piuttosto che assorbire i costi e la complessità aggiuntiva.
C’è poi un altro aspetto interessante. “Sebbene l’obiettivo dichiarato” dall’amministrazione Trump “sia riportare la produzione farmaceutica in patria, la realtà del settore rende questo un processo estremamente lento e costoso. La costruzione di un nuovo impianto di produzione farmaceutica che sia conforme alle rigorose normative della Food and Drug Administration (Fda) richiede miliardi di dollari di investimenti e un arco temporale di 5-10 anni”.
Nel frattempo però l’impatto negativo dei dazi sarà stato immediato (aumento dei costi), “mentre i potenziali benefici del reshoring si vedrebbero solo nel lungo periodo. Nel frattempo, il settore e i pazienti si troverebbero a pagare il prezzo di questa transizione. Insomma, l’introduzione del sistema a tariffe da parte dell’amministrazione Trump, pur essendo coerente con una più ampia strategia protezionistica, rischia di avere conseguenze significative e prevalentemente negative per il settore farmaceutico nel breve e medio termine”, prevede Centemeri.
Una mazzata (e un boomerang)
L’impatto più immediato “sarà un aumento dei costi lungo tutta la filiera, che si tradurrà probabilmente in prezzi più alti per i pazienti e in una maggiore spesa per il sistema sanitario americano. Inoltre, la misura introduce forti rischi per la stabilità della catena di approvvigionamento globale, potenziando la probabilità di carenze per farmaci essenziali”.
Anche perché “mentre l’obiettivo di rafforzare la produzione nazionale è strategicamente comprensibile, una tariffa generalizzata non sembra essere lo strumento più efficace per un settore così complesso e regolamentato. Il successo o il fallimento di questa politica – prevede Centemeri – dipenderà da fattori ancora non chiari, come la rapidità con cui verranno concesse eventuali esenzioni per prodotti medicali critici e l’intensità delle inevitabili misure di ritorsione da parte dei partner commerciali internazionali”.


