Morbillo: la lezione dei focolai in Italia e Texas

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Dal 1 gennaio al 31 maggio di quest’anno in Italia sono stati notificati 334 casi di morbillo (incidenza 13,6 per milione di abitanti), di cui 65 nel mese di maggio. Intanto il focolaio americano è arrivato a 1.288 contagi confermati, con il 162 ricoveri e tre morti. Ma che cosa sta succedendo?

“Il morbillo è tra i virus più contagiosi al mondo. Anche una minima falla nella copertura vaccinale può portare a un’esplosione di casi”, dice a Fortune Italia l’epidemiologo Massimo Ciccozzi dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, commentando i risultati di un recente studio.

L’ultimo lavoro di Gabie

Si tratta di un nuovo lavoro del vivacissimo gruppo Gabie, proposto per la pubblicazione a ‘Genes’, mostra come la qualità dei dati e la copertura vaccinale restino fondamentali nella lotta contro il morbillo. Questa volta i tre moschettieri dell’epidemiologia Massimo CiccozziFrancesco Branda (Campus Bio-Medico di Roma), e Fabio Scarpa (Università di Sassari) hanno lavorato con Marta Giovannetti della Fundação Oswaldo Cruz di Minas Gerais (Brasile), insieme a Daria Sanna e Maria Perra dell’Università di Sassari, Enrico Bucci della Temple University e Nicola Petrosillo (Università Campus Bio-Medico).

Gli studiosi hanno messo a confronto i focolai di morbillo verificatisi in Italia nel 2024 e in Texas nel 2025. Pur avendo colpito due aree ad alto reddito e con sistemi sanitari avanzati, le due epidemie hanno seguito traiettorie molto diverse, evidenziando quanto conti la tempestività e la qualità dei dati nella risposta di sanità pubblica.

“A fare la differenza è la profondità del dato: in Texas abbiamo potuto lavorare su dataset aggiornati quasi in tempo reale, disaggregati per età, stato vaccinale, e distribuzione geografica. Questo ci ha permesso di ‘fotografare’ le diverse fasi dell’epidemia e individuare i punti critici di intervento”, spiega Ciccozzi.

Le peculiarità di Texas e Italia

Il team nello Stato americano ha identificato tre fasi distinte dell’epidemia: crescita esponenziale iniziale, stabilizzazione lineare e plateau. I modelli hanno mostrato un’eccellente capacità predittiva e hanno confermato un chiaro legame tra stato vaccinale e incidenza dei casi.

In Italia invece l’analisi si è basata principalmente su bollettini mensili pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità. Cosa che ha reso difficile cogliere i segnali di allarme precoce.

Ma attenzione: l’analisi ha messo in luce che “la stragrande maggioranza dei casi si è verificata tra persone non vaccinate o con ciclo incompleto”. Tuttavia, in entrambi i contesti, lo stato vaccinale non è risultato statisticamente associato al rischio di ospedalizzazione, suggerendo che una volta contratto il virus, altri fattori — come età o comorbidità — incidano maggiormente sulla gravità clinica.

Morbillo: come cambia se si vaccinano in pochi

“La differenza nei tassi di ospedalizzazione tra i due focolai – dice Ciccozzi – non è solo clinica, ma anche sociale: la disponibilità dei dati negli Stati Uniti ha permesso interventi mirati in comunità a rischio. In Italia, invece, si arriva tardi”. Lo studio ha incluso un approfondimento genomico. Risultato? Dove le coperture vaccinali calano, il virus non solo si diffonde, ma diventa più vario, più resiliente, e potenzialmente più difficile da fermar, assicurano i ricercatori.

Convinti che “integrare il sequenziamento genomico nella sorveglianza sanitaria non è solo utile, ma indispensabile per prevenire il ritorno di malattie che pensavamo ormai sconfitte”.

L’ombra dei dazi

Nel frattempo tra Italia e Stati Uniti si allungano le ombre dei dazi. “Questa guerra farà morti da entrambe le parti: porterà ad un enorme aumento di prezzi di farmaci e vaccini, che andrà a danno del ceto medio basso. Si cureranno solo i ricchi. E la sanità italiana  andrà e sempre più verso la privatizzazione. Ma la salute è il futuro, e anche l’indifferenza è una scelta”, conclude con amarezza Ciccozzi.

Morbillo, un database per monitorarlo nel mondo. Cosa succede in Italia

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