Dieta ipocalorica e rischi depressione, cosa dice la ricerca

dieta depressione

“Le magre sono tristi”, cantava Fabio Concato in Rosalina. Probabilmente la chiave di lettura psicologica della canzone va oltre i dettami delle neuroscienze, ma nel mare magnum delle osservazioni che associano la dieta ipocalorica alla psiche, con impatti più o meno positivi legati al calo ponderale, arriva ora una ricerca che in qualche modo si presenta come eretica.

Ma fa anche riflettere. Perché mostra un’associazione (tutta da dimostrare su grandissimi numeri) tra un’alimentazione a basso contenuto calorico e un maggior rischio di sintomi legati a depressione. Lo studio è apparso sulla rivista open access BMJ Nutrition Prevention & Health (primo nome Gabriella Menniti del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Toronto).

Dieta mediterranea da primato per salute ed economia, ma occhio alle trappole

Sia chiaro. Nella loro visione “eretica”, destinata a creare discussione, gli esperti non discutono certo la valenza di abitudini alimentari che vedano l’assunzione regolare di alimenti minimamente trasformati, frutta e verdura fresca, cereali integrali, noci, semi, proteine ​​magre e pesce, anche in chiave di protezione nutrizionale da stress psicologici.

Né negano il ruolo potenzialmente negativo sul fronte psicologico del consumo costante di alimenti ultra-processati, carboidrati raffinati, grassi saturi, carni lavorate e dolci in chiave di potenziale rischio. Sotto la lente d’ingrandimento vanno piuttosto le diete ipocaloriche o comunque limitanti specifici macronutrienti, che potrebbero comunque (questa la base dell’indagine) associarsi ad un maggior rischio di sintomi depressivi.

Ecco, su questo si sono concentrati gli studiosi. Con esiti sorprendenti che fanno rilevare come un’alimentazione ipocalorica possa in qualche modo influire (e non in chiave positiva) sull’aspetto psicologico.

Una maxi ricerca su alimentazione e psiche

L’indagine ha preso in esame 28.525 adulti intervistati (14.329 donne e 14.196 uomini) nello studio National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) per gli anni 2007-2018, che avevano completato il Patient Health Questionnaire-9 (PHQ-9) per la gravità dei sintomi depressivi.

In totale, 2.508 persone (poco meno dell’8%) hanno riportato sintomi depressivi e 7.995 partecipanti (29%) avevano un peso normale. Uno su tre è risultato invece in sovrappeso e circa 11.000 persone sono apparse francamente obese.

A tutti è stato chiesto se seguissero una dieta, giungendo a definire quattro gruppi di modelli alimentari: dieta ipocalorica, dieta restrittiva in termini di nutrienti (a basso contenuto di grassi/colesterolo, zuccheri, sale, fibre o carboidrati), con schemi alimentari consolidati (adattati per il diabete, ad esempio) e non a dieta.

Stratificando i dati per sesso, una percentuale maggiore di uomini (12.772; 90%) rispetto alle donne (12.237; 85%) ha dichiarato di non seguire una dieta. La restrizione calorica è stata segnalata più comunemente dai partecipanti obesi (1247; 12%) e da quelli in sovrappeso (594; 8%), mentre i modelli alimentari restrittivi e quelli consolidati sono stati segnalati meno comunemente, con la più alta percentuale di utilizzatori di modelli alimentari consolidati tra i partecipanti obesi (359; 3%).

Cosa emerge? Sostanzialmente che le diete restrittive, tra gli altri aspetti, sono state anche associate a punteggi più alti nei sintomi cognitivo-affettivi (misura della relazione tra pensieri ed emozioni), mentre le diete restrittive sono state associate a punteggi più alti nei sintomi somatici (eccessivo disagio e ansia per i sintomi fisici).

Questi punteggi variavano anche in base al sesso: una dieta restrittiva in termini di nutrienti era associata a punteggi più elevati nei sintomi cognitivo-affettivi negli uomini rispetto alle donne non a dieta, mentre tutti e tre i tipi di dieta erano associati a punteggi più elevati nei sintomi somatici negli uomini. Infine, le persone obese che seguivano un regime alimentare consolidato presentavano punteggi più elevati nei sintomi cognitivo-affettivi e somatici rispetto a quelle con un peso forma non a dieta.

Insomma: non sarebbe sempre vero, leggendo la ricerca, che le diete ipocaloriche migliorano i sintomi di depressione. Posti il bias della ricerca osservazionale, quindi senza chiaro rapporto causa-effetto, e la rilevazione soggettiva dei sintomi (quindi potenzialmente fallace) lo studio pone il beneficio del dubbio. E va controcorrente.

Dieta ipocalorica, le ipotesi dei ricercatori

Soprattutto pone una questione da non sottovalutare, come riportano gli spessi ricercatori nella nota sull’indagine. “Le diete ipocaloriche e l’obesità nella vita reale spesso causano carenze nutrizionali (in particolare di proteine, vitamine/minerali essenziali) e inducono stress fisiologico, che può esacerbare la sintomatologia depressiva, inclusi i sintomi cognitivo-affettivi”.

Non solo: anche l’effetto yo-yo, con conseguente scarsa soddisfazione per la propria performance e la necessità di riprendere, potrebbe influire in chiave negativa.

In ogni caso, bisogna prestare attenzione a potenziali carenze che si legano a ridotti introiti di glucosio e cidi grassi omega-3 sono fondamentali per la salute del cervello. “Le diete povere di carboidrati (glucosio) o grassi (omega-3) possono teoricamente peggiorare la funzione cerebrale ed esacerbare i sintomi cognitivo-affettivi, soprattutto negli uomini con maggiori esigenze nutrizionali”, è la conclusione degli esperti.

Cinque spezie amiche del cervello

Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.