La notizia della causa intentata dalla famiglia di Adam Raine, morto suicida a 16 anni dopo mesi di fitte conversazioni con ChatGPT, il chatbot di OpenAI, ha fatto il giro del mondo. Il tema solleva non pochi interrogativi: l’intelligenza artificiale (AI) può essere una minaccia? E come tutelare gli adolescenti nativi digitali dalle ombre dell’AI? Fortune Italia ne ha parlato con Liliana Dell’Osso, presidente della Società italiana di psichiatria (Sip) e ordinaria dell’Università di Pisa.

Le difficoltà degli adolescenti a comunicare fra loro li rende più vulnerabili a scambiare l’AI per un pari?
Sempre più ragazzi, che fanno fatica a comunicare tra loro, specie in presenza di ansia sociale o bullismo, parlano per ore con chatbot come ChatGPT che, grazie al tono empatico, sembra un amico che ascolta, non giudica, è disponibile H24 e soprattutto “li capisce”. Ma non è un essere umano e non capisce davvero le emozioni, ad esempio non coglie il tono, la gravità o l’urgenza emotiva di certi messaggi. Oppure può interpretarli alla lettera, ignorando sarcasmo o ironia. Il rischio è che, sostituendosi alle relazioni reali, possa rendere i ragazzi ancora più isolati e persino dipendenti.
Cosa ci insegna la vicenda di Adam Raine?
Quello che preoccupa di più è che non solo un ragazzo abbia parlato di morte con un chatbot che ha risposto senza interrompere, arrivando ad “aiutarlo” a formulare pensieri finali, ma il fatto che nessuno se ne sia accorto. Nessun adulto. Nessun sistema di protezione. Adam scriveva centinaia di messaggi al giorno a una macchina che sembrava ascoltarlo. Che non lo giudicava e gli rispondeva, anche nelle ore più buie, senza capire che stava parlando con un ragazzo ad alto rischio, nonostante chiari segnali. Perché non può farlo. Ha “ascoltato”, per mesi. Ha risposto. Ma non l’ha protetto come invece avrebbe potuto fare un amico o un familiare. Soprattutto, non è un tecnico, necessario in casi simili.
Perché per i nostri ragazzi è così difficile chiedere aiuto?
Non è solo timidezza o ribellione. Spesso dietro il silenzio c’è un disturbo d’ansia sociale (timore del giudizio altrui), paura di deludere o preoccupare i genitori, idee di inadeguatezza (preoccupazione di essere visti come deboli), o disturbi della comunicazione e dell’interazione interpersonale (non sanno spiegare le proprie emozioni). Concorre una cultura che premia la perfezione, anche online.
Quali le contromisure?
Creare spazi di ascolto autentico e abbattere lo stigma sulla sofferenza. Il rischio di suicidio è una situazione clinica molto seria, che richiede un intervento immediato e qualificato. In generale la presenza di pensieri, intenzioni o comportamenti suicidari è un indicatore prioritario per coinvolgere uno specialista psichiatra, che può, previo inquadramento diagnostico (depressione, disturbo bipolare, psicosi, abuso di sostanze, ecc), valutare la gravità del quadro clinico e l’entità del rischio auto soppressivo e stabilire un trattamento personalizzato, che può includere terapia farmacologica, psicoterapia e monitoraggio intensivo, coordinando interventi di supporto, anche con altri professionisti, quali psicologi, assistenti sociali e con i familiari.


