Dalla supremazia delle macchine di Matrix sono passati lunghi anni: ormai l’idea di un mondo virtuale creato per controllare le persone non appare poi così lontana. E, anche in seguito alla vicenda dell’adolescente suicida dopo mesi di conversazioni con ChatGPT, continuano a moltiplicarsi gli interrogativi sul reale impatto dell’AI per gli esseri umani.
Dalla vita personale alla socializzazione, passando per scienza e ricerca: la rivoluzione è in corso. Ma il timore è che, in alcuni casi, a mancare siano le istruzioni per l’uso. Luci e ombre avvolgono questa tecnologia, che può influenzare il futuro della scienza.
L’intelligenza artificiale “non è più un semplice strumento di supporto alla ricerca scientifica: è diventata un attore, capace di condizionare i tempi, i metodi e persino le domande che la scienza si pone”. Ne sono convinti i ‘tre moschettieri dell’epidemiologia’ Francesco Branda, Massimo Ciccozzi (Università Campus Bio-Medico di Roma) e Fabio Scarpa (Università di Sassari), che hanno dedicato al tema un’analisi pubblicata sul ‘Journal of Informetrics’.
Un lavoro certosino, che mostra come – in barba al prezioso contributo della tecnologia – la creatività umana resta insostituibile per un vero progresso. L’AI infatti non può (ancora) immaginare, rompere paradigmi, formulare domande davvero nuove. “Il pericolo è che, abituandoci a delegare alla macchina l’elaborazione delle ipotesi, ci si accontenti di un sapere incrementale, perdondo il coraggio di esplorare strade radicalmente diverse”, ammoniscono gli autori.
Intelligenza artificiale e ricerca: un effetto ‘a cascata’
Ma facciamo un passo indietro. Ormai l’AI sta impattandi sull’intero ciclo della produzione scientifica. Non si limita a descrivere strumenti e applicazioni, ma mette in relazione i progressi tecnologici con le trasformazioni epistemologiche ed etiche che ne derivano. Dall’analisi del trio emerge una vera e propria tensione tra due forze: da un lato la promessa di efficienza e scoperta accelerata, dall’altro i rischi legati a opacità, distorsioni e perdita di autonomia critica.
Gli autori mappano il panorama attuale: “Modelli linguistici come ChatGPT e Claude, piattaforme di revisione e sintesi come Elicit e Scite.ai, sistemi per la scoperta di letteratura e network come ResearchRabbit, strumenti per la pulizia e armonizzazione dei dati, fino alle tecniche di explainable AI (XAI). Tutti questi strumenti hanno già cambiato il lavoro quotidiano del ricercatore: oggi si possono generare ipotesi preliminari, sintetizzare corpora bibliografici, ottimizzare dataset e perfino ottenere supporto alla scrittura scientifica con una rapidità mai vista”, sottolineano.
Uno strumento intelligente… fino a un certo punto
Ma a che prezzo? L’AI eredita i bias dai dati di partenza, amplifica errori e lacune, e può restituire risultati non verificabili. E questo in medicina, come giustamente ricordano gli autori, è particolarmente insidioso: un modello opaco può influenzare decisioni cliniche senza possibilità di controllo.
Per non parlare del fenomeno delle ‘allucinazioni’: citazioni e riferimenti inventati ma credibili rischiano di influenzare la ricerca futura. Contaminando la valutazione degli studi e le metriche. Insomma, l’allarme degli specialisti riguarda “l’integrità della scienza”.
La questione etica e le istruzioni per l’uso
C’è poi un altro elemento da tenere in conto. Se pensiamo ad aree a risorse limitate, l’AI può democratizzare l’accesso alla conoscenza, ma cosa accade se gli strumenti avanzati restano nelle mani di pochi?
Ecco perché servono linee guida internazionali dinamiche e adattive, capaci di stare al passo con l’evoluzione tecnologica. Una corsa, quella dell’AI nella scienza, messa nero su bianco nel lavoro da un’analisi informetrica che quantifica l’impatto di questo strumento sulla produzione scientifica, mostrando sia la crescita esponenziale delle pubblicazioni legate all’AI, sia i rischi di distorsione dell’ecosistema accademico.
Un’alleanza tra essere umano e macchine
E allora? Per i ricercatori “il futuro della scienza dipenderà dalla capacità di creare una sinergia tra AI ed esseri umani”. Solo così, in una sorta di alleanza fra intelligenze, questa tecnologia potrà essere davvero una alleata nel perenne viaggio dell’uomo oltre i limiti della conoscenza. D’altronde i rischi, se questo non avverrà, ce li hanno raccontati tanti film di fantascienza.

