Forse lo avrete letto da qualche parte: negli ultimi giorni sta rimbalzando sulla stampa un alert sugli integratori a base di olio di pesce. L’uso regolare potrebbe aumentare, anziché ridurre, il rischio di malattie cardiache e ictus. Insomma, anzichè far bene al cuore, questi prodotti lo danneggerebbero. Ma le cose stanno davvero così?
Fortune Italia ha sottoposto i risultati della ricerca, pubblicata più di un anno fa fa su ‘BMJ Medicine’, al professor Giorgio Sesti, ordinario di Medicina Interna alla Sapienza Università di Roma. “È importante fare chiarezza: il rischio altrumenti è che un messaggio allarmistico preoccupi le persone alle quali questi prodotti vengono prescritti”. Non senza motivi, come vedremo.
Cosa dicono le linee guida
Facciamo un passo indietro: l’olio di pesce è una fonte di acidi grassi Omega 3 e, come tale, è raccomandato “per scongiurare lo sviluppo di malattie cardiovascolari”, precisa Sesti.
“Questi prodotti sono prescritti a pazienti con livelli di trigliceridi molto alti, che possono andare incontro a pancreatiti ed eventi cardiovascolari. L’utilizzo, basato su solidi studi scientifici randomizzati e controllati, è previsto da tutte le linee guida. Inoltre sono raccomandati anche in soggetti con problemi cardiovascolari, in particolare con fibrillazione atriale“.
Cosa dice davvero la ricerca sugli integratori
Ma cosa emerge dalla ricerca? “Se si legge bene l’articolo, gli stessi autori dicono che secondo i loro risultati questi prodotti sono molto efficaci nel prevenire eventi cardiovascolari nelle persone che hanno una storia clinica di queste patologie, riducendo i rischi di morte”, continua lo specialista.
In particolare “tra coloro che presentavano patologie cardiovascolari all’inizio del periodo di monitoraggio, l’uso regolare di integratori di olio di pesce è risultato associato a un rischio inferiore del 15% di progredire dalla fibrillazione atriale all’infarto e del 9% di passare dall’insufficienza cardiaca alla morte. Quindi sono prodotti salvavita”, scandisce Sesti.
“Il problema emerso da questo studio, che ha grandi numeri – sono stati coinvolti 415.737 partecipanti – ma non è nè randomizzato nè controllato, è che l’uso regolare di integratori di olio di pesce in coloro che non presentavano patologie cardiovascolari note appare associato a un rischio aumentato del 13% di sviluppare fibrillazione atriale e del 5% di ictus. Attenzione: la ricerca non fa differenze sul tipo di acido grasso utilizzato e non tiene conto di fattori legati alla selezione dei soggetti, che possono aver influenzato il risultato”.
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Il messaggio da portare a casa
Quindi il messaggio da dare “deve essere preciso: in persone che sono in buona salute formulazioni non ben definite possono aumentare il rischio di fribrillazione atriale. Ma per le persone che assumono queste sostanze perchè hanno già avuto fibrillazione atriale, o presentano trigliceridi elevati o ipercolesterolemia – continua lo specialista – i benefici ci sono e sono notevoli. Insomma, non vanno sospese terapie che sono salvavita”.
Dunque alla fine il suggerimento è quello di evitare il fai da te e seguire le indicazioni del medico: “In alcuni casi poi, quelli a base di acidi grassi non sono integratori ma farmaci, rimborsati dal Ssn e sottoposti a rigidi controlli. Quando si tratta di integratori invece, come dice il nome, questi prodotti servono a integrare determinate sostanze. Ma se seguiamo un’alimentazione sana e variata, con pesce e frutta secca, non avremo carenze nutrizionali. E dunque gli integratori di Omega 3 saranno inutili”, conclude.
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