Lucy Shapiro, i batteri e l’arte di scoprire l’invisibile

lucy shapiro

La scienziata-artista statunitense Lucy Shapiro è stata insignita del Premio Lasker-Koshland 2025, il ‘Nobel americano’, per scoperte che hanno rivoluzionato la biologia cellulare dei batteri.

È una storia che sembra uscita da un romanzo di formazione. Una ragazza di New York si presenta all’esame di ammissione della celebre High School of Music and Art, fondata nel 1936 dal leggendario sindaco di New York Fiorello La Guardia e riservata a studenti con talenti eccezionali nella musica, nelle arti visive e nelle arti dello spettacolo (da qui sono usciti tra gli altri Liza Minnelli, Jennifer Aniston, Al Pacino, Timothée Chalamet e Adrien Brody). La giovane si presenta non come pianista (prendeva lezioni da quando aveva quattro anni), ma come artista visiva. È un’autodidatta del disegno e porta con sé sotto braccio una cartellina piena di acquerelli e schizzi a matita. Lucy Shapiro, questo il nome dell’artista, viene ammessa. È la prima tappa di un lungo percorso fatto di decisioni controcorrente e di passioni coltivate con caparbietà.

Facendo un balzo nel tempo, qualche giorno fa Lucy Shapiro – che oggi ha 83 anni – è stata insignita di uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali in campo scientifico, il Premio Lasker-Koshland per il Contributo speciale alla Scienza medica.

Nei suoi 55 anni di attività, la professoressa Shapiro ha consegnato all’umanità scoperte rivoluzionarie sulla biologia cellulare dei batteri e ha fondato il dipartimento di Biologia dello Sviluppo della Stanford University, un centro d’eccellenza mondiale. Ma ha dato anche contributo fondamentale come consigliera del governo statunitense su temi come la guerra biologica e la resistenza agli antibiotici.

Nata nel Bronx, Lucy Shapiro ha iniziato il suo percorso accademico come una chimera, con un piede nelle scienze e uno nelle arti visive. Durante gli studi in arte e biologia al Brooklyn College, a cambiarle traiettoria di vita è l’incontro con un chimico fisico (e violinista), Theodore Shedlovsky, che la convince a seguire un corso di chimica organica. “Aveva il pallino di scovare giovani talenti tra gli artisti; se li riteneva smart e creativi, li spingeva a entrare nel mondo della scienza”. Per Shapiro è un amore a prima vista con le molecole. “C’erano così tante strutture eleganti e dinamiche – ricorda – che sembrava di disegnare. Ma con le regole della vita”.

Dopo il dottorato all’Albert Einstein College of Medicine, alla mente della Shapiro si affaccia una domanda che diventerà un mantra: come fa una cellula a trasformare un codice genetico lineare in azioni coordinate nello spazio e nel tempo? Per cercare una risposta, la scienziata concentra la sua attenzione sul Caulobacter crescentus, un minuscolo batterio delle acque dei laghi e dei fiumi, che nel dividersi genera due cellule figlie completamente diverse tra loro: una mobile (‘sciamante’), l’altra ancorata a una superficie (‘peduncolata’).

Sono gli anni ’70 e ’80, e il pensiero mainstream considera i batteri come minuscoli contenitori di enzimi e Dna a caso, senza un’organizzazione precisa. Di lì a poco le scoperte di Shapiro faranno cambiare idea a tutti.

La scienziata riesce infatti a dimostrare che le cellule batteriche hanno un loro ordine complesso. I geni si attivano e si spengono con sorprendente precisione temporale e spaziale. E i cromosomi batterici, al contrario di quanto si pensava, effettuano movimenti mirati e coordinati durante la divisione cellulare. La Shapiro scopre che la proteina CtrA è l’interruttore molecolare che controlla l’inizio della duplicazione del Dna, ma solo in una delle due cellule figlie del Caulobacter.

Dimostra anche che nei batteri esistono degli organelli privi di membrana, una sorta di ‘dipartimenti molecolari’ che organizzano specifiche proteine e molecole in zone precise della cellula. In collaborazione con il premio Nobel William Moerner, Shapiro riesce a visualizzare in tempo reale questi fenomeni, gettando nuova luce su un mondo fino ad allora invisibile.

“Non avrei potuto immaginare che quelle provette e quei laboratori gelati che mi sono diventati subito così familiari, avrebbero prodotto informazioni che si sarebbero rivelate critiche per la battaglia contro una pandemia quasi sei decadi dopo”.

Oltre alle straordinarie ricerche di base, la carriera di Lucy Shapiro è un esempio straordinario di impegno civico. Negli anni ’90, mentre tutto il mondo scientifico era focalizzato sul sequenziamento del genoma umano, lei lancia l’allarme: la vera minaccia per l’umanità non viene dalle malattie genetiche, ma dalla crescita e dall’evoluzione incontrollata dei batteri.

Nel 1998, il presidente Clinton la invita alla Casa Bianca a parlare di guerra biologica. Ha cinque minuti a disposizione, ma non le bastano; la scienziata approfitta di questa occasione unica per spiegare perché la biologia naturale è più pericolosa di qualsiasi arma creata in laboratorio.

E ricorda come un ceppo innocuo di E. coli può diventare un patogeno letale, semplicemente acquisendo un gene da un altro batterio. “La natura è il miglior ingegnere genetico al mondo”.

Da quel momento diventa un guru su temi come malattie emergenti e resistenza agli antibiotici, tenuta in grande considerazione dalle amministrazioni Clinton, Bush e Obama. Negli anni 2000, la Shapiro lancia un altro allarme: il rallentamento della ricerca dell’industria farmaceutica per lo sviluppo di nuovi antibiotici rischia di diventare un problema planetario.

Così, insieme al chimico Stephen Benkovic, fonda la startup biotech Anacor Pharmaceuticals, ispirata all’idea rivoluzionaria di sviluppare nuovi farmaci, basati su molecole contenenti boro, un elemento generalmente non utilizzato in farmacologia.

Poi, con una nuova biotech, la Boragen (oggi 5Metis), adotta lo stesso approccio per la lotta contro le patologie del mondo vegetale, con l’obiettivo di salvare colture fondamentali per la sicurezza alimentare globale, come quella delle banane, minacciate da un fungo patogeno molto aggressivo.

Dall’arte al Dna, dalla cellula al governo, dalla teoria all’impresa: una traiettoria di vita unica, quella di Lucy Shapiro. Ma forse la sua eredità più importante è proprio l’esempio di come la scienza possa e debba mettersi al servizio della società, riconoscendo da lontano i problemi che si profilano all’orizzonte, gestendoli con visione e intelligenza e costruendo soluzioni durature. “Volevo capire il modo in cui una cellula prende decisioni – disse una volta la Shapiro – e nel farlo, ho aiutato l’umanità a decidere meglio come affrontare le sfide della vita microscopica. Che spesso diventano anche le nostre”.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

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