I numeri lasciano sgomenti: stando all’ultimo report Istat in Italia circa 6 milioni e 400mila donne dai 16 ai 75 anni hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Un trend stabile negli ultimi anni, se si eccettuano “importanti aumenti” fra le giovanissime (16-24 anni). In generale, in oltre il 50% dei casi il partner, attuale o ex, è il responsabile.
Ma queste violenze, almeno nelle più estreme conseguenze, si possono prevenire? In che modo? E quali sono i segnali ‘spia’ che amici e parenti non dovrebbero sottovalutare mai? Fortune Italia in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, lo ha chiesto a Isabel Fernandez, psicoterapeuta, direttrice Centro di Psicotraumatologia (Milano) e presidente Associazione EMDR Italia, che riunisce 11mila terapeuti in tutta la Penisola (per informazioni: www.emdr.it).
Dal delitto d’onore alla consapevolezza
Nel caso di Pamela Genini, uccisa a Milano con 24 coltellate dal suo ex compagno, sembra che alcuni importanti i segnali siano caduti nel vuoto, come sassi in uno stagno. “Si stanno facendo passi in avanti negli ultimi anni sul fronte della consapevolezza – dice Fernandez – ma non dimentichiamo che in Italia il ‘delitto d’onore’ è stato abrogato solo nel 1981: non sono tantissimi anni. Poi le leggi si sono susseguite, ma talvolta l’incapacità da parte di amici o familiari di leggere i comportamenti pericolosi fa i conti con questa storia”.
C’è chi nasconde gli episodi di cui è vittima per paura di allarmare i propri cari, o per vergogna. La violenza contro le donne può avere “moltissime manifestazioni, perché la modalità di funzionamento dell’uomo abusante è questa. Inoltre a volte nelle donne scatta una dipendenza affettiva che ostacola anche i suggerimenti di chi le invita ad allontanarsi dal violento”, avverte la psicoterapeuta.
I segnali da non sottovalutare
Cosa guardare? A doverci allarmare non sono solo le aggressioni fisiche. “La violenza economica, l’eccessivo controllo dell’altro, il fatto di spingere a tagliare i ponti con amicizie e frequentazioni, lo sminiuire la compagna in pubblico, ma anche la violenza verbale e psicologica: sono tutti aspetti di cui tenere conto. Una persona che attua questi comportamenti può, in alcuni casi, arrivare a compiere gesti pericolosi. Si tratta infatti di persone che non hanno il controllo degli impulsi e della rabbia e che talvolta hanno una storia di violenza in famiglia, subita o assistita”.
Una catena, dice Fernandez, che però si può spezzare. “Un uomo che assiste alla violenza domestica sulla madre non per forza diventa violento, ma potrebbe risentire di conseguenze per la propria salute mentale. Teniamo presente il fatto che non è solo una questione emotiva: sarebbe troppo facile. Molte volte le strutture cerebrali sono danneggiate da una storia di abusi o violenza assistita”. Così nei rapporti intimi questo veleno si fa strada.
Il messaggio per chi è testimone
La specialista avverte: minimizzare è pericoloso. “L’escalation si può interrpompere, a patto di non sottovalutare i primi segnali. Bisogna capire che una persona che funziona in questo modo non cambierà: bisogna agire subito e non aspettare”. Niente ultime spiegazioni, tentativi di riconciliazione, cene di addio.
… e quello per le giovani donne
Certo, occorre informare e formare fin da piccoli. “Le bambine – dice Fernandez – devono crescere in un ambiente familiare che faccia capire loro che queste cose sono pericolose: così saranno in grado di riconoscerle”. Ai genitori, invece, è importante ricordare di “ascoltare le parole dei loro bambini e delle loro bambine e di rispettare le loro scelte”. I figli devono sapere che la loro voce è ascoltata.
Disinnescare il trauma della violenza
La buona notizia è che esistono terapie, come l’EMDR, per aiutare gli uomini violenti a cambiare e le donne abusate ad andare oltre.
Acronimo di Eye movement desensitisation and reprocessing, si tratta di un approccio terapeutico che aiuta in tempi brevi a elaborare il trauma con una tecnica che libera dalla sofferenza del ricordo che ferisce.
“Questa terapia può aiutare le vittime della violenza e quanti vi assistono. Con le donne – spiega la specialista – si lavora sugli episodi chiave, i momenti peggiori: quelli che le hanno spaventate di più, in modo da togliere l’impatto emotivo che altrimenti resta in memoria e condiziona la vita di una persona e la sua sensazione di essere libera. Perché anche dopo aver chiuso una relazione con un uomo di questo tipo, per la mente non è ancora finita”.
Cosa fare? “Bisogna lavorare sui momenti più traumatici rimasti nella memoria con tutta la loro carica negativa: in pratica, li desensibilizziamo e favoriamo una rielaborazione di ciò che è successo, in modo che perda la sua carica negativa. Ma allo stesso tempo andiamo a rafforzare le risorse della donna. Se c’è stata una dipendenza affettiva, cerchiamo di capire quali erano le aspettative che l’hanno generata, ad esempio l’idealizzazione del partner, che talvolta porta a sopportare atti che non andrebbero mai tollerati”.
Obiettivo, evitare che una donna finisca per passare “da un abusatore all’altro”, conclude Fernandez. In questo modo la spirale di violenza si può interrompere e la ‘ferita’ impressa nella memoria potrà essere riparata.

