L’obiettivo è chiaro: salvare un comparto strategico per il sistema delle cure e la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Il focus sui farmaci equivalenti con il presidente di Egualia.
“Lo stato di salute dei farmaci equivalenti in Italia è preoccupante. E richiede interventi immediati ed energici”. La diagnosi arriva da Stefano Collatina, presidente di Egualia, associazione che rappresenta un comparto di 102 imprese che danno lavoro a 10.900 addetti diretti, per un valore della produzione che ha toccato i 6,4 miliardi, con 1,6 miliardi di valore aggiunto generato.
“La deriva dell’incremento dei costi delle produzioni e delle delocalizzazioni ha creato degli scompensi, per utilizzare un termine medico. E il rischio è di arrivare al punto di non ritorno”, ci ha spiegato a margine della presentazione del decimo Rapporto dell’Osservatorio Egualia–Nomisma.
Senza misure di tutela e una chiara agenda industriale, è il messaggio che arriva dal settore, la crisi che ha già visto sparire tanti medicinali per la terapia delle malattie croniche rischia di diventare irreversibile.
Un sistema fragile, che dipende dall’estero
Per Collatina “abbiamo bisogno di un piano Marshall per la farmaceutica che abbia gli equivalenti al centro: questi farmaci sono spina dorsale delle terapie dei malati cronici. L’85% dei farmaci medicinali che sono in farmacia è a brevetto scaduto e la maggior parte di questi è formata da equivalenti”.
Pensiamo solo alle terapie per il diabete e le malattie cardiovascolari. A impattare sui margini delle aziende è stato l’aumento dei costi di produzione (+32% tra il 2019 e il 2023, +9,5% solo nell’ultimo anno), trainato dal rincaro delle materie prime (+40,6% sul periodo) e dell’energia. Il tutto a fronte di prezzi fermi da anni.
Così, come ‘certifica’ il Rapporto, il 46% dei farmaci equivalenti critici oggi è fornito da uno o due produttori appena. Che succede in caso di problemi? Questa fragilità espone al rischio di carenze diffuse e prolungate.
Come ha sottolineato Lucio Poma, capo economista di Nomisma, a preoccupare è anche un altro aspetto: l’Europa acquista all’estero il 48% dei principi attivi, il 60% degli intermedi e l’85% delle materie prime regolamentate. E i grandi hub ormai sono in India e Cina. Ciò amplifica i rischi di interruzione delle forniture, rendendo urgente “una nuova agenda industriale per i farmaci critici, con una tempestiva revisione delle politiche di prezzo, rimborso e acquisto pubblico”, come ha detto lo specialista.
Come il pane?
Negli ultimi dieci anni oltre il 20% degli equivalenti critici è scomparso in almeno un Paese europeo, con punte più alte in aree terapeutiche di base (cardiovascolare, anti-infettivi). Queste molecole, considerate “banali” e a basso margine, sono in realtà fondamentali per la continuità delle cure. Il fatto è che produrle non conviene.
Pensiamo solo che mentre a livello europeo il prezzo del pane ha segnato +45% e l’indice generale dei prezzi al consumo +30%, i farmaci equivalenti critici sono al +2% e quelli più diffusi segnano addirittura un -8%.
“Questa forbice mette a rischio la sostenibilità industriale degli equivalenti”, ha scandito Poma, sottolineando l’importanza di fare presto. “Abbiamo farmaci salvavita che costano quanto un caffè la mattina. E questo è sicuramente sbagliato. Ma c’è anche un altro tema che emerge dal report: per i principi attivi l’Europa dipende in modo pesante dall’Asia”, ha commentato Armando Genazzani, presidente della Società italiana di farmacologia.
Le richieste delle imprese di Egualia
“Il nostro settore non è un costo: ogni euro speso per un equivalente libera risorse per innovazione e nuove terapie”, ha ricordato Collatina. Ma cosa fare per salvare gli equivalenti? È arrivato il momento di adeguare i prezzi, perché alcune multinazionali hanno già dichiarato che, nel biennio 2026-27, rischiano di dover procedere al ritiro progressivo delle Aic (autorizzazione all’immissione in commercio) di diverse famiglie di principi attivi se i prezzi resteranno sotto le soglie minime di remuneratività.
“Non chiediamo sussidi a fondo perduto – ha precisato Collatina – ma condizioni economiche e regolatorie eque. Non si tratta solo di investire di più, ma di spendere meglio: dunque prezzi sostenibili, gare multi-aggiudicatarie, basi d’asta realistiche, incentivi alla produzione europea e abolizione del payback sui fuori brevetto o esclusione dal tetto di spesa. Probabilmente la cosa più complessa è quella di riportare la produzione di principi attivi in Europa e far tornare l’Italia un Paese protagonista”.
D’altronde oggi la Penisola vanta impianti produttivi di altissimo livello. “Questa è una risorsa strategica che non possiamo disperdere. Ma se non cambiamo rotta, i farmaci prodotti in Italia rischiano di non essere più destinati al mercato interno: le aziende smetteranno di investire e progressivamente sceglieranno altri Paesi dove allocare le loro risorse. Sarebbe una perdita irreparabile per il sistema industriale e per la sicurezza nazionale”, ha chiosato il presidente di Egualia. Ecco perché non c’è tempo da perdere.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 9, anno 8)


