Diabete: Proximity Care porta l’autogestione della cronicità nelle aree interne

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Sensori, AI e tecnologie. Così il programma Proximity Care sta cambiando la vita dei pazienti con diabete di tipo 2.

Dal sole della California alle colline toscane. Così la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, ha dato vita al modello Proximity Care, portando nelle aree interne della Garfagnana e della Media Valle del Serchio le buone pratiche del modello elaborato dall’Università di Stanford sull’autogestione delle malattie croniche.

Tra queste il diabete di tipo 2, che ha un’insorgenza più lenta rispetto al tipo 1, manifestandosi solitamente nelle persone adulte e anziane. Secondo il ministero della Salute due terzi dei malati hanno più di 64 anni.

A occuparsi della supervisione del programma Proximity Care 3, che attualmente coinvolge 22 medici di medicina generale e a cui hanno aderito oltre 300 pazienti, è Stefano Del Prato: professore emerito presso l’Università di Pisa, professore affiliato presso il centro interdisciplinare di ricerca ‘Health Science’ della Scuola Sant’Anna e presidente della Fondazione Menarini.

Professor Del Prato, perché nasce Proximity Care?

È un’iniziativa avviata dalla professoressa Sabina Nuti, allora rettrice della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e la collaborazione di tutti i rappresentanti sociali della Garfagnana e della Media Valle del Serchio, con lo scopo di migliorare la cura dei pazienti in aree non facili da attraversare e lontane dai centri specialistici.

Quello di cui mi occupo è uno dei tanti programmi dell’iniziativa, ci sono anche linee che riguardano l’oncologia, la cardiologia, i giovani, l’uso di sistemi avanzati per interventi di emergenza ecc. La logica è quella dell’autogestione della cronicità diffondendo consapevolezza tra i pazienti e, attraverso il supporto clinico, renderli più autonomi e capaci di identificare e gestire i propri bisogni senza costringerli ogni volta a spostarsi fisicamente verso i centri specialistici.

Cosa significa portare un progetto così avanzato in territori periferici e come incide la distanza dai centri specialistici nella qualità della vita e della cura dei pazienti con diabete di tipo 2?

Tutti noi ragioniamo in un’ottica di prevenzione ancor prima che di cura. Il diabete può associarsi a complicanze come la retinopatia, per questo le linee guida ufficiali raccomandano ai malati di sottoporsi a un controllo annuale del fondo dell’occhio. Il diabete di tipo 2 è una patologia che colpisce persone in età avanzata che hanno difficoltà a raggiungere i centri specializzati e spesso per arrivarci hanno bisogno dei loro familiari o di altre persone.

Questo è un impegno gravoso perché il rischio è che questi screening saltino o siano rallentati, esponendo il malato a un maggior potenziale di rischio. Avvicinare la cura alla persona significa fornire, grazie alla tecnologia, uno screening senza il bisogno di spostamenti disagevoli e costosi e razionalizzare l’intervento dello specialista là dove c’è più bisogno.

Questo porta anche a un risparmio economico e di tempo per le famiglie, oltre che ecologico perché si evita di consumare carburante, spostandosi per 50 o 60 km ogni volta che c’è da fare uno screening.

Tra i sensori glicemici e l’AI la tecnologia sta cambiando la vita dei pazienti. Come la stanno recependo in termini di fiducia e semplicità d’uso?

L’esperienza che stiamo maturando attualmente riguarda soprattutto i sensori. Quelli che utilizziamo hanno una durata di 14 o 15 giorni, vengono portati al braccio e sono resistenti all’acqua, per cui possono essere indossati anche sotto la doccia. Questi dispositivi leggono i livelli di glicemia e li trasmettono o su un lettore dedicato o addirittura sul telefonino. Un aiuto ci viene anche dalla Regione Toscana, che permette di trasferire i dati sulla glicemia direttamente su un fascicolo sanitario personale.

I sensori monitorano anche l’andamento della glicemia, dicendo al paziente se è stabile, se sta salendo o scendendo. L’intelligenza artificiale, invece, interviene con un nuovo programma di monitoraggio della retinopatia che sta partendo adesso.

Si basa su sistemi addestrati a riconoscere pattern di normalità o alterazione, selezionando i pazienti che possono aver bisogno di uno specialista. I sensori sono stati apprezzati dai pazienti perché consentono loro di monitorare personalmente i livelli della glicemia e gestire più autonomamente la propria condizione.

I pazienti si rendono conto dei risultati delle cure e di quali possono essere i comportamenti più corretti da adottare, come tenere un’alimentazione sana o fare attività fisica. Un’occasione di empowerment del paziente realizzata attraverso un supporto all’autogestione da parte di infermieri e ‘laici’ (personale non medico e sanitario), che fanno da tramite alla gestione di queste tecnologie. Il risultato è che molti dei nostri pazienti più anziani hanno vinto i loro pregiudizi accettando la tecnologia come un facilitatore.

Avete in previsione di replicare questo modello anche in altre parti d’Italia?

In questo momento non per quanto riguarda Proximity Care. Ma alcuni modelli sono già stati estrapolati e sono in fase di trasferimento in altre aree complesse come il Casentino e l’Isola d’Elba. Chiaramente, anche per il diabete di tipo 2, l’intenzione è di implementare il programma e verificarne l’efficacia per poterlo estendere altrove, non solo in Toscana ma anche fuori. Tenga conto che non è facile spostarsi nemmeno nelle grandi città, per cui questo modello potrebbe essere implementato anche nelle aree metropolitane.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)

 

 

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