Una nuova strategia terapeutica di precisione che parla anche italiano e offre nuove prospettive alle donne con tumore al seno metastatico. Pensiamo solo che nel nostro Paese oltre 37.000 connazionali convivono con questa patologia che però, grazie alle nuove terapie, viene sempre più spesso cronicizzata: circa il 30% delle pazienti vive a oltre 5 anni dalla diagnosi.
Ma di che si tratta? I risultati dello studio internazionale di fase III EPIK-B5 sono stati presentati al San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS) 2025, congresso mondiale dedicato alla ricerca e allo sviluppo di nuove strategie terapeutiche nel tumore al seno.
Il lavoro è stato coordinato da un nome noto nell’oncologia: Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica dell’Istituto Pascale di Napoli. Lo studio ha valutato una nuova strategia di impiego di una terapia già disponibile, basata sulla combinazione di alpelisib e fulvestrant, in pazienti con tumore al seno metastatico ormonoresponsivo e con mutazione del gene PIK3CA, già trattate con inibitori delle chinasi ciclino-dipendenti (CDK4/6).
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L’effetto freno alla corsa del tumore al seno
Come spiegano daI Pascale, i risultati mostrano una riduzione del rischio di progressione del 48% e un vantaggio significativo in sopravvivenza globale rispetto allo standard terapeutico. Non solo: il profilo di sicurezza è risultato coerente con quanto già noto per questa classe di farmaci e gestibile, assicurano i ricercatori, con un adeguato monitoraggio clinico.
Lo studio fornisce quelle che De Laurentiis definisce evidenze definitive sull’efficacia di questa combinazione in un setting clinico particolarmente complesso, caratterizzato da opzioni terapeutiche limitate dopo fallimento dei CDK4/6.
“Pur trattandosi di farmaci già disponibili, questi dati dimostrano come un loro utilizzo più mirato e biologicamente razionale possa tradursi in un beneficio clinico rilevante per un sottogruppo di pazienti con prognosi più sfavorevole, legata alla mutazione di PIK3CA, coinvolta nei meccanismi di proliferazione cellulare e di resistenza alle terapie”, conclude l’oncologo. Una buona notizia e una nuova speranza per le pazienti che fanno i conti con una patologia ancora oggi sfidante.
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