Il Paese del tempo in più: oltre la vecchiaia tradizionale

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Dati e trasformazioni raccontano una terza età più lunga e articolata. Tra benessere fisico, partecipazione sociale e nuove fragilità, ecco come cambia il modo di invecchiare.

L’età non è più un confine netto, ma una linea che si sposta. La vita si allunga, la fragilità arriva più tardi, le traiettorie individuali diventano meno prevedibili rispetto al passato. Gli anni che si accumulano non corrispondono più all’idea tradizionale di vecchiaia: oggi la terza età comprende condizioni di salute, livelli di autonomia e forme di partecipazione molto diverse tra loro. È su questo scarto, tra un cambiamento già avvenuto nelle vite delle persone e un sistema che fatica ad aggiornare le proprie categorie, che si gioca una delle trasformazioni più profonde della società italiana.

Secondo i dati Istat, la speranza di vita alla nascita ha raggiunto gli 83,4 anni, collocando l’Italia tra i Paesi più longevi al mondo. Al 1° gennaio 2025, quasi un quarto della popolazione ha più di 65 anni. Si tratta di una soglia anagrafica stabilita per convenzione, utile soprattutto a fini statistici, ma sempre meno efficace nel descrivere una popolazione estremamente eterogenea per stili di vita, condizioni di salute, autonomia e partecipazione alla società. L’invecchiamento della popolazione ha ricadute dirette sul sistema previdenziale, sulla sanità, sul sistema produttivo, sulla forza lavoro e sulle reti familiari, mettendo alla prova assetti pensati per una vecchiaia molto diversa da quella attuale.

Negli ultimi vent’anni, infatti, la terza età è cambiata profondamente. Gli over 65 partecipano più di prima alla vita economica, sociale e culturale del Paese. Restano più a lungo nel mondo del lavoro, anche per effetto delle riforme pensionistiche, ma soprattutto grazie a un miglior stato di salute. Partecipano alla vita culturale fuori dalle mura domestiche, frequentano cinema e teatri, praticano sport, viaggiano e si dedicano al volontariato. Sempre secondo l’Istat, il livello di partecipazione politica di questa fascia è più alto rispetto al resto della popolazione ed è cresciuto rispetto a vent’anni fa.

Un dato che suggerisce una continuità di valori e di impegno civico che non si esaurisce con l’avanzare dell’età e che invita a interrogarsi su come saranno gli anziani di domani, sempre più simili, per aspirazioni e abitudini, agli adulti di oggi.

Questo cambiamento è al centro della strategia sull’invecchiamento attivo promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che individua nella salute, nella partecipazione e nella sicurezza i pilastri per migliorare la qualità della vita delle persone che invecchiano.

L’invecchiamento attivo è definito come il processo di ottimizzazione delle opportunità in questi ambiti e rappresenta uno strumento, non un fine: un mezzo per aspirare a un invecchiamento in salute, inteso non come semplice assenza di malattia, ma come possibilità di restare coinvolti nella vita sociale, economica e culturale secondo le proprie aspirazioni e capacità.

I dati sulla salute sembrano confermare il cambiamento in atto. Secondo le rilevazioni Istat, la quota di persone over 65 che si dichiarano in buona salute è passata dal 29,4 per cento nel 2009 al 37,8 per cento nel 2023. Stili di vita e abitudini salutari adottate lungo l’intero arco della vita hanno contribuito a ridurre la diffusione di patologie cronico-degenerative e le condizioni di multicronicità, spesso invalidanti.

Gli anziani che praticano sport sono più che raddoppiati in vent’anni, passando dal 6,7 al 16,4 per cento tra il 2003 e il 2023. Persistono tuttavia alcune criticità: cresce l’obesità, diminuisce negli anni più recenti il consumo di frutta e verdura, peggiorano le abitudini legate al fumo e al consumo di alcol oltre le quantità raccomandate.

In particolare, il fenomeno del fumo è in aumento tra le donne, mentre il consumo eccessivo di alcol è spesso legato alla scarsa conoscenza dei limiti consigliati. Un elemento meno intuitivo riguarda il livello di istruzione: gli anziani con titoli di studio più elevati, oggi più numerosi rispetto al passato, adottano più frequentemente sia comportamenti salutari, come lo sport, sia abitudini a rischio.

Se il quadro della salute fisica appare complessivamente migliorato, quello della salute mentale racconta un’altra storia. Secondo l’Istat, l’indice di benessere psicologico degli over 65 è più basso rispetto al resto della popolazione, in particolare oltre i 74 anni e soprattutto tra le donne. Quasi un terzo di questa fascia, sempre più femminile per effetto della maggiore longevità, vive da sola.

Gli uomini, generalmente meno gravati dai carichi familiari, mantengono più facilmente relazioni sociali e utilizzano maggiormente le tecnologie digitali, fattori che possono contribuire a una migliore qualità della vita. La solitudine emerge così come uno dei principali fattori di fragilità dell’età avanzata, spesso più della malattia stessa.

“Oggi longevità significa soprattutto salute e benessere globale, della mente, delle emozioni e del corpo, al di là della salute fisica”, osserva Andrea Ungar, già presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria. “Dal punto di vista prognostico, chi mantiene una vita attiva e piena vive più a lungo, a prescindere dal quadro delle patologie. Spegnere i desideri è ciò che segna davvero l’ingresso nella vecchiaia”.

L’allungamento della vita media ha spostato più avanti anche la perdita dell’autosufficienza e la contrazione della vita sociale, ma ha al tempo stesso generato nuove pressioni sulle reti familiari. Sempre secondo Istat, è più comune che persone tra i 50 e i 64 anni si prendano cura di genitori o parenti con più di 85 anni: una condizione che oggi riguarda oltre il 16 per cento della popolazione in questa fascia, contro il 3,4 per cento del 1960. In questo contesto, la disponibilità di reti, sostegno, amici, vicini o parenti non conviventi diventa un fattore cruciale per la qualità della vita e per la tenuta complessiva del sistema di cura.

Sul piano delle politiche pubbliche, il tema dell’invecchiamento attivo è da tempo in agenda a livello europeo e nazionale. Dal Piano di Azione Internazionale di Madrid sull’Invecchiamento all’Indice di Invecchiamento Attivo promosso dalla Commissione Europea, fino al coordinamento avviato in Italia dal 2019 tra il Dipartimento per le politiche della famiglia e l’Irccs Inrca, le iniziative non mancano. Resta tuttavia evidente il divario tra la rapidità con cui la terza età si è trasformata e la capacità del sistema di accompagnare questo cambiamento con politiche strutturali e servizi adeguati.

In questo spazio si inseriscono modelli privati che propongono nuove soluzioni abitative e di servizi per anziani autosufficienti. Realtà come Guild Living intercettano una domanda reale di qualità della vita, continuità identitaria e prevenzione nella terza età. Allo stesso tempo, pongono una questione centrale: chi può permettersi questi modelli e quanto sono replicabili su larga scala in un Paese che invecchia rapidamente.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

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