Nel dibattito sul calo delle nascite c’è chi punta il dito contro il boom degli animali domestici, ma il tema è molto più complesso. il demografo Alessandro Rosina illustra le priorità per invertire il trend.
Nel 2003 in Italia il 25% delle persone tra i 18 e i 49 anni intendeva avere un figlio entro i tre anni successivi, secondo l’Istat. Nel 2024 quella percentuale è scesa al 21,2%, e 10,5 milioni di persone non vogliono avere figli né nei tre anni successivi né in futuro. Intanto il crollo delle nascite continua (siamo a 1,18 figli per donna nel 2024, il dato era 1,29 nel 2003). Eppure, nonostante questi numeri enormi, l’ineluttabile e tragica crisi di natalità italiana non può essere ricondotta solo alla ‘volontà’ dei giovani di fare o non fare figli, spiega Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e statistica sociale alla Cattolica di Milano, che ha recentemente pubblicato il saggio ‘La scomparsa dei giovani’ (Chiarelettere).
L’Italia non è da sola: il trend della denatalità riguarda il mondo intero. “Tutti i paesi che arrivano alla fine della transizione demografica e raggiungono un’economia matura non riescono a stabilizzarsi attorno alla media di due figli per donna, ma scendono al di sotto di questa soglia”, spiega Rosina. “Questo significa che si sta producendo una ‘scarsità’ di giovani generalizzata. La tendenza globale è che la fecondità scenda ovunque. Anziché stabilizzarsi, va sotto il livello di sostituzione. Anche la Cina si sta portando su valori molto bassi e l’India è già scesa a due figli per donna e calerà ulteriormente. Stiamo passando da un mondo con abbondanza di giovani a un mondo in cui stanno scomparendo”.
L’altro lato della medaglia: l’aumento delle condizioni di benessere permette alle persone di vivere più a lungo e aumenta la popolazione anziana. La sfida allora diventa quella di rendere sostenibile la società, garantendo le risorse per le pensioni, la salute pubblica e l’assistenza, mentre la base lavorativa non cresce.
Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica, il ‘no’ ai figli è motivato nel 9,4% dei casi da condizioni lavorative inadeguate, e la metà delle donne pensa che l’arrivo di un figlio peggiori le proprie opportunità di lavoro (tra le 18-24enni questa quota supera il 65%), mentre il 59% degli uomini non teme grosse conseguenze. E non è detto che chi voglia avere figli ci riesca: meno della metà delle donne che desideravano un figlio nel 2016 sono riuscite ad averlo nei tre anni successivi.

“Il problema è che non stiamo riuscendo a creare le condizioni affinché le persone possano inserire la scelta di avere figli all’interno del mondo attuale”, dice Rosina. “Un mondo complesso, di rapido cambiamento, dove gli obiettivi di realizzazione personale sono molto più alti rispetto al passato. Aumentano gli elementi di complessità rispetto al modello tradizionale (fluidità lavorativa, progetti di vita, percorsi femminili, conciliazione) e il risultato è che le politiche messe in campo finora non riescono a integrare questa scelta nella vita delle persone”.
Secondo Rosina, insomma, c’è un deficit di politiche: non mettiamo le persone nelle condizioni di realizzare i propri desideri. Eppure “dalle indagini sappiamo che il numero medio di figli desiderato è ancora vicino a due. Se ci fossero politiche efficienti, la fecondità non sarebbe così bassa. I paesi che si impegnano maggiormente nel welfare, nel migliorare la condizione dei giovani e l’entrata nel lavoro, riescono a ottenere una fecondità attorno a 1,6-1,7 figli per donna. Questo è il livello teorico raggiungibile”.
L’obiettivo realistico, quindi, è mettere le persone in condizione di realizzare i propri progetti di vita per avvicinarsi a quel dato. Con una gestione adeguata dei flussi migratori, spiega Rosina, si può rendere la base demografica più sostenibile: vivere a lungo e bene, con una popolazione anziana che aumenta, ma con quella in età lavorativa che non si riduce troppo grazie alla combinazione di una fecondità non troppo bassa (sopra 1,5) e migrazioni.
Cosa comporta questo scenario? “Che tutti i paesi, le economie e le aziende cercheranno di attrarre giovani. Conquistarli diventa la sfida principale. I territori o le aziende che non sapranno attrarli vedranno la propria popolazione lavorativa ridursi. E se non attrai giovani, non puoi valorizzare il capitale umano e l’innovazione”. Ci sarà una competizione sempre più forte per conquistare i talenti migliori, ma l’Italia è in ritardo anche su quello. “Nel confronto con gli altri Paesi sviluppati, per ogni giovane che riusciamo ad attrarre dall’estero, nove vanno via. Non riusciamo a valorizzare nemmeno quelli che restano. Abbiamo un’alta percentuale di NEET (giovani che non studiano e non lavorano). Nella fascia cruciale 25-34 anni, oltre un ragazzo su 5 è in questa condizione”, dice Rosina.
Intanto con l’effettivo aumento degli animali domestici, soprattutto tra coppie senza figli, i cuccioli sono diventati un nuovo capro espiatorio, come se avessero sostituito la prole per molti nuclei familiari. Il discorso sulla crisi demografica si sta inquinando? “Sì, c’è abbastanza confusione e una difficoltà a cogliere la reale portata di questo fenomeno. Spesso si cerca la via di fuga o la scorciatoia”, dice Rosina. “Si pensa che ci siano soluzioni come ‘l’automazione risolverà la carenza di giovani’ o ‘l’immigrazione da sola risolverà tutto’. Oppure si banalizzano le cause: ‘Non si fanno figli perché le donne non vogliono’ o ‘si preferiscono gli animali domestici perché meno impegnativi’. Questi discorsi dimostrano la difficoltà di capire che il tema è molto più articolato. Serve una visione sistemica. La chiave centrale rimane l’investimento sulla qualità della formazione delle nuove generazioni e sulla realizzazione del loro potenziale e dei loro progetti di vita”.
Gli ingredienti
Negli anni scorsi diversi ‘miracoli’ demografici hanno periodicamente acceso le speranze per l’inversione del trend della denatalità. Al di là dei singoli casi, secondo Rosina una ricetta esiste: consiste nel rendere attrattiva una società per i giovani. Ecco gli ingredienti principali:
Lavoro e benessere
La possibilità di essere valorizzati economicamente e professionalmente è fondamentale. Ma i giovani non si accontentano più del posto di lavoro tradizionale.
Politiche abitative
L’accesso alla casa è un fattore critico. Ma in Italia l’età media di chi richiede il mutuo è salita a 38 anni, secondo Ener2Crowd.
Tempi di vita e servizi
Non ci deve essere un sacrificio continuo: i giovani devono essere in grado di armonizzare carriera, famiglia e crescita personale. Ma per farlo servono asili e servizi per l’infanzia di qualità.
Senso di comunità
Si deve creare un contesto che dia valore alla scelta di fare un figlio, secondo Rosina. La comunità deve far sentire che investe sulle nuove generazioni.
Fiducia
“La scelta di avere un figlio è irreversibile”, dice Rosina. Per farla, “devi sapere che il contesto sociale e istituzionale non ti abbandonerà e che quel territorio continuerà a migliorare i servizi, la scuola e il supporto anno dopo anno. Serve la certezza che quella scelta non diventi una trappola, ma venga sostenuta nel tempo”.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

