Intervista a Monsignor Paglia, Arcivescovo e presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
Basterebbe già solo il curriculum per capire perché Monsignor Paglia legge così bene il presente e il futuro. E perché sa dare il nome giusto alle cose e distinguere il vero dal falso. In fondo è Arcivescovo, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, tra i fondatori della Comunità di sant’Egidio, Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, insomma un uomo di chiesa. Ed è comune che un uomo di chiesa sia un buon oratore, capace di motivare i fedeli. Solo che Monsignor Vincenzo Paglia è molto più di questo. Quando lo incontro su Google Meet penso all’ennesimo boomer affezionato all’analogico che detesta il virtuale e si inventa un sorriso falso da indossare all’occorrenza. Invece no, Monsignor Paglia sta molto più avanti di molti millenial. E lo dimostra già alla prima domanda.
Elon Musk ha scritto sui social che l’Italia sta scomparendo, accompagnando il messaggio con un’immagine del Paese in fiamme. Che effetto le fa questa narrazione?
Anzitutto mi verrebbe voglia di incontrarlo direttamente per dirgli che se l’Italia brucia, si tratta di un fuoco di paglia. Non è un fuoco di distruzione, ma semmai di passione per un mondo diverso, che parta dalle realtà dei Paesi europei.
L’Europa dovrebbe riscoprire la sua missione: riconnettere i popoli in una dimensione collettiva, umanistica e internazionale, come accadde nel secondo dopoguerra. Uomini e donne, credenti e laici, immaginarono la Costituzione italiana, l’Unione europea, un assetto internazionale fondato sul diritto come grammatica dell’incontro. In quel momento nacquero anche le Nazioni Unite.
Cosa è cambiato oggi? Perché si fanno meno figli? Per la presidente Meloni il calo delle nascite in Italia è dovuto anche a un problema culturale…
Ha ragione la presidente del Consiglio: è una mancanza di fiducia nel futuro. Viviamo un cambiamento d’epoca, una tempesta culturale segnata dall’iper-individualismo. Ci si rinchiude in se stessi, tra narcisismo pigro e prometeismo arrogante: ‘prima io’ e ‘solo io’.
Questo incrocio malefico sgretola la convivenza, anche nelle famiglie e nelle città, e favorisce chi, forte economicamente o tecnologicamente, si sente il Padreterno. Giuseppe De Rita parla di una nuova religione: l’egolatria. È peggiore della pandemia, perché ci porta a confliggere, non a incontrarci; a escluderci, non ad allearci.
Dal 2023 c’è una norma dedicata agli anziani che lei ha definito “pro futuro”. Si tratta della Legge 33 che ha come obiettivi la promozione del cosiddetto ‘invecchiamento attivo’ e dell’autonomia, ma soprattutto mira a rivoluzionare l’assistenza e la gestione della non autosufficienza, integrando servizi sanitari e sociali per creare un sistema di supporto per anziani e caregiver. È una risposta anche indiretta all’emergenza demografica?
La questione degli anziani è una delle Rerum Novarum, ovvero una delle cose nuove che prima non esistevano; siamo milioni, centinaia di milioni. In una cultura vitalista e consumista noi possiamo esistere solo se riusciamo a far crescere il mercato. Tuttavia, ci scartano nei cronicari, nelle Rsa… Allora, scoprire la vecchiaia come una risorsa è un bene per tutta la società perché è una porta per entrare dentro l’umano, ritessendolo con le relazioni anche intergenerazionali, ma è anche un vantaggio economico.
Le faccio un esempio: in Italia il tempo che i nonni passano con i nipoti, quindi non le paghette, non gli stupendiucci o gli appartamenti, vale una finanziaria. Se i nonni non ci fossero il ministro Giorgetti dovrebbe farne due di finanziarie.
Che giudizio ha della manovra del governo Meloni?
Non sono un economista. Apprezzo però l’attenzione, seppur minima, all’assistenza domiciliare per gli anziani. Ma serve di più. È come se vivessimo in un palazzo a quattro piani, in cui sono distribuite quattro generazioni – bambini, giovani, adulti e anziani – che non ha scale né ascensori. Siamo una società disumana, abbiamo bisogno di ricreare la forza delle relazioni contro l’individualismo.
La nostra è una solitudine indotta dall’ipercapitalismo e dal consumismo che spingono l’autorealizzazione dell’io. Il capitalismo vende al singolo, non al ‘noi’. Da qui nascono egoismi individuali e di gruppo: vedi baby gang, nazionalismi, tecnicismi, tutti i ‘first’. Non a caso la prima persona singolare in inglese, ‘I’, è in maiuscolo. Avremmo bisogno di un bagno di umiltà: nessuno si salva da solo.
Si riferisce anche ai ‘noismi’ tipo ‘America First’ o ‘Italy First’?
Esattamente. L’individualismo crea cortocircuiti distruttivi. Dovremmo riscoprire il ‘noi’. Ce lo dice perfino l’ombelico: non siamo auto-nati, siamo legati. Esiste un noi originario che stiamo frantumando. In questo senso la dimensione religiosa può essere positiva non per rivendicare identità assolute, ma per ricordare che nessuna identità è sciolta dal resto.
La politica utilizza spesso la religione.
Quella non è religione, è un paravento di egoismo. In questo modo l’io assoluto va a sbattere. Vale per Trump, vale per tutti i dittatori e vale anche per i partiti e per i corpi intermedi che sono in crisi. Oggi c’è bisogno di un leader e di una comunità sottomessa perché siamo in piena crisi del ‘noi’. La distruzione della famiglia è funzionale a questo.
Bauman parlava di società liquida, quella in cui tanti Io sbattono come mosche sul vetro. Questi siamo noi. Il sovranismo è una degenerazione dell’individualismo. Dobbiamo ripensare al valore della famiglia.
Ma la politica lo fa, esalta il valore della famiglia…
Ma bisogna sempre capire cosa si intende per famiglia. Per Cicerone la famiglia è ‘principium urbis’, una società plurale che rispetta le diversità, non le annulla. La famiglia è la grammatica della solidarietà, il luogo dove si apprende la societas.
Il problema, in Italia come in Europa, è che manca una visione. Quale Italia vogliamo? Quale Europa vogliamo? Nel dopoguerra, rinunciando a qualcosa di sé, si sognò un’Italia per tutti. Oggi, davanti a sfide enormi – nucleare, clima, tecnologie – discutiamo di minuzie. Oggi parliamo di nucleare tattico, come se facesse meno paura… È di una follia pura. Non ci rendiamo conto ad esempio che un’alleanza tra intelligenza artificiale e nucleare ci fa stare sul fuoco. Serve più Europa, non meno. Più Nazioni Unite, non meno.
Stiamo sdoganando la guerra, è una follia. La usiamo per testare droni e armi automatiche. Armiano anche le parole, come dice Papa Leone. Dovremmo opporci a questa narrazione, serve però uno scatto di pensiero europeo. L’Europa ha dato al mondo l’universale: se lo dimentica, rischiamo che prevalga il diritto della forza invece della forza del diritto.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)
