Malattie rare, identificata una nuova sindrome legata al gene SF3B3

malattie rare

Un paziente seguito all’Irccs materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste ha permesso di individuare per la prima volta il ruolo del gene SF3B3 nello sviluppo di una malattia genetica rara. Da quel caso clinico è partita un’indagine scientifica che ha portato a riconoscere una nuova sindrome del neurosviluppo.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica “Genome Medicine”, ha incrociato i dati genetici di 24 pazienti identificati in diversi Paesi. L’analisi comparata ha permesso ai ricercatori di dimostrare che mutazioni nel gene SF3B3 sono direttamente coinvolte nello sviluppo della patologia.

Lo studio è stato coordinato da Luciana Musante della Genetica medica del Burlo e da Flavio Faletra dell’Istituto di Genetica medica di Asufc e dell’Università di Udine.

Il ruolo del gene SF3B3

Il gene SF3B3 partecipa allo splicing, il processo con cui le cellule rielaborano le istruzioni genetiche prima della produzione delle proteine. Alterazioni di questo meccanismo possono causare le cosiddette spliceosomopatie, un gruppo di malattie rare spesso associate a disturbi del neurosviluppo.

Lo studio ha mostrato che le mutazioni di SF3B3 influenzano l’attività di centinaia di altri geni, modificando il funzionamento delle cellule. Questo aiuta a comprendere perché le manifestazioni cliniche della sindrome possano essere diverse da paziente a paziente.

“Parliamo di una sindrome con caratteristiche cliniche variabili”, spiega Musante, prima autrice dello studio. “Si può presentare con ritardi nello sviluppo, nel linguaggio e nei movimenti, difficoltà cognitive e, in alcuni casi, malformazioni congenite multiple. In una parte dei piccoli pazienti osserviamo anche tratti dello spettro autistico”.

Il quadro clinico può emergere con livelli di gravità differenti. Alcuni casi risultano molto severi e riconoscibili già in fase prenatale, mentre altri presentano manifestazioni più lievi che diventano evidenti nel corso della crescita.

Una rete di ricerca internazionale

Il lavoro è stato possibile grazie a una collaborazione scientifica che ha coinvolto diversi centri di ricerca. Tra i contributi principali figurano quelli dell’Icgeb (International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology), con Emanuele Buratti, e del gruppo del Cnr – Istituto Officina dei Materiali coordinato da Alessandra Magistrato, che ha studiato i meccanismi molecolari della mutazione.

Raccogliere i dati di 24 pazienti rappresenta un risultato significativo per la ricerca sulle malattie rare. Questo numero di casi consente infatti di inserire la sindrome nel database internazionale Omim (Online Mendelian Inheritance in Man), che cataloga le malattie genetiche sulla base delle evidenze scientifiche disponibili.

Verso diagnosi più precise

Collegare un gene a una malattia permette di migliorare la diagnosi e di approfondire i meccanismi biologici che stanno alla base delle patologie genetiche rare.

“Ogni gene che riusciamo ad associare a una malattia rappresenta una risposta in più per i pazienti e per le loro famiglie”, conclude Musante. “Individuare il gene associato a una sindrome è il primo passo per capire meglio come si sviluppa la malattia e per orientare le future ricerche”.

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.