Cinquanta su cento hanno tra i 40 e i 60 anni. Quarantuno su cento tra i 18 e i 39. Il sette per cento ha superato i sessanta. Il due per cento è minorenne. I numeri del Centro antiviolenza S.O.S. Lei, attivo dal 2023 presso il Policlinico Gemelli di Roma, restituiscono un’immagine della violenza sulle donne che sfida ogni stereotipo: non colpisce una fascia d’età precisa, non ha un profilo sociale definito, non si ferma davanti a nessuna soglia anagrafica.
In tre anni di attività, il centro ha gestito oltre 1.342 contatti telefonici e preso in carico 203 donne, supportandole dal punto di vista psicologico e legale nel percorso per uscire da contesti di violenza. Un bilancio che fotografa non solo i numeri di un servizio, ma la complessità sommersa di un fenomeno che fatica a emergere.
La violenza che non lascia segni visibili
Il dato forse più significativo riguarda il tipo di violenza denunciata. Quella psicologica e verbale è la più diffusa, al 41%, davanti a quella fisica che si ferma al 37%. Un dato che ribalta la percezione comune: la maggior parte delle donne che chiedono aiuto non porta i segni di un’aggressione sul corpo, ma le tracce invisibili di un controllo sistematico, dell’isolamento, dell’erosione progressiva dell’autostima.
Accanto a queste due forme principali emergono la violenza economica (8%), lo stalking e la violenza digitale (5%), la violenza assistita (5%), con ricadute dirette su figli e figlie, e la violenza sessuale (4%), storicamente tra le più difficili da dichiarare.
Chi chiede aiuto
Le donne che si rivolgono al centro rispecchiano la trasversalità del fenomeno. La maggioranza è di nazionalità italiana (74%), ma oltre una su quattro proviene da altri Paesi. Per queste ultime, le barriere linguistiche e culturali rappresentano un ostacolo ulteriore, capace di ritardare la richiesta di aiuto anche quando la situazione è già critica.
La collocazione del centro, in prossimità del pronto soccorso del Gemelli, non è casuale. L’accesso ospedaliero rappresenta spesso il primo momento in cui una donna in una situazione di violenza entra in contatto con un interlocutore esterno alla relazione abusiva. Intercettarla in quel momento, con personale formato e una rete di supporto già attiva, può fare la differenza tra un percorso di uscita e un ritorno a casa.
“La specificità dei casi presi in esame dalle operatrici presenti nel Centro antiviolenza S.O.S. Lei – afferma Dalila Novelli, presidente di Assolei Aps – ha evidenziato che i segni del corpo, spesso indelebili, necessitano sempre di un supporto specifico, integrato, competente e multidisciplinare. Le donne spesso hanno una soglia di resilienza che sappiamo essere frutto di un coacervo di fattori: la paura, la tutela dei figli, il buio delle prospettive possibili. Ecco perché l’approccio in prossimità del Pronto soccorso rappresenta per le donne una possibile luce in fondo al tunnel della violenza. Per tutto questo ringraziamo coloro che ci hanno affidato con lungimiranza questo compito impegnativo che ci consente però di realizzare l’obiettivo di Assolei che è quello di restituire un futuro a tante donne e ai loro figli”.
Una rete che funziona, ma che ha bisogno di risorse
Il centro opera in collaborazione con le forze dell’ordine per la redazione delle denunce e, quando necessario, per l’attivazione di case rifugio. Un modello di presa in carico integrata che richiede però continuità di risorse. Dal 2025, una raccolta fondi interna tra i dipendenti di Wind Tre, che sostiene il progetto insieme alla Fondazione Gemelli e all’associazione Assolei Asp, ha permesso di estendere l’apertura a tre giorni a settimana, con la conferma che questo orario sarà garantito per tutto il 2026.
Più giorni di apertura significa più finestre di accesso. E nel percorso di una donna che cerca il coraggio di chiedere aiuto, ogni finestra conta.


