Viviamo quasi 84 anni. Ma ci ammaliamo a 58. Il conto è impietoso: oltre un quarto di secolo trascorso a convivere con malattie croniche, disabilità, non autosufficienza. Un divario che non riguarda solo la qualità della vita e la salute dei singoli, ma la tenuta di un intero sistema sanitario e sociale. A tracciare questo quadro con numeri precisi è il Libro bianco sulla cronicità e la non autosufficienza, redatto dall’associazione Peripato e dalla Fondazione Anthem, che riunisce 300 ricercatori nel campo della medicina e dell’ingegneria.
Un Paese che invecchia più veloce di quanto il sistema riesca a reggere
I dati Istat citati nel documento lasciano poco spazio all’ottimismo. L’Italia ha la quota più bassa di giovani e più alta di anziani in Europa: 14,8 milioni di over 65, pari al 25,1% della popolazione, con un’età media di 49 anni, quattro in più rispetto alla media europea. Entro il 2030, la quota di over 65 raggiungerà il 30%. Entro il 2043, si stima che 6,2 milioni di anziani vivranno soli.
Il sistema che dovrebbe prendersi cura di loro è già sotto pressione. La spesa per la non autosufficienza ha superato i 30 miliardi di euro annui. Oltre 24 milioni di italiani, più del 40% della popolazione, riferiscono di essere affetti da malattie croniche. Il sistema è retto da oltre 8,5 milioni di caregiver familiari e da più di 800.000 badanti, con una spesa privata che raggiunge i 45 miliardi di euro all’anno, a cui si aggiungono oltre 140 miliardi di spesa pubblica sanitaria.
“Il sistema attuale non è più sostenibile”, scrivono senza mezzi termini i curatori del documento, Sergio Harari, presidente di Peripato e professore di Medicina interna all’Università Statale di Milano, e Stefano Paleari, presidente della Fondazione Anthem e professore di Public Management all’Università di Bergamo.
Il gap che pesa sulle famiglie
“La speranza di vita in buona salute si ferma drasticamente a 58 anni”, spiega Silvio Brusaferro, già presidente dell’Istituto superiore di sanità e oggi ordinario di Igiene e Medicina preventiva all’Università di Udine. “Questo implica oltre 25 anni di vita trascorsi convivendo con malattie o disabilità, con un impatto enorme sulla qualità della vita e sulle famiglie.”
Un gap che ha conseguenze socioeconomiche che vanno ben oltre la spesa sanitaria: riguarda il lavoro di chi si ferma per assistere un familiare, la qualità della vita di milioni di anziani che vivono soli, la pressione su un sistema di welfare costruito per una demografia che non esiste più.
Le proposte: digitale, integrazione e prevenzione
Il documento non si limita a descrivere il problema ma avanza proposte concrete su quattro fronti.
Il primo è quello delle terapie digitali, le cosiddette Digital Therapeutics: software certificati, formulati come app, videogiochi o sistemi di realtà virtuale, con finalità terapeutiche, riabilitative o preventive. Già rimborsate in Germania con un costo medio per ciclo di circa 222 euro, in Italia mancano ancora di un quadro normativo strutturato. Applicazioni concrete per la salute ci sono già: monitoraggio da remoto di diabete, ipertensione e depressione, riabilitazione neurologica, supporto oncologico.
Il secondo fronte riguarda il potenziamento del fascicolo sanitario elettronico. “L’introduzione dell’intelligenza artificiale e il potenziamento del Fse 2.0 permetteranno di passare da una medicina a silos a una presa in carico globale”, spiega Guido Cavaletti, ordinario di Anatomia umana all’Università di Milano-Bicocca. Meno esami ridondanti, liste d’attesa o ricoveri impropri.
Il terzo asse è l’integrazione tra ospedale e territorio. “Occorre abbattere le barriere tra i due sistemi, creando reti geografiche dove il paziente riceva cure adeguate ovunque venga intercettato”, indica Rosanna Tarricone della Sda Bocconi.
Infine, il documento propone una revisione dei meccanismi di esenzione dal ticket, introducendo criteri basati sulla reale capacità economica e non solo sulla patologia, per garantire equità e sostenibilità al Servizio sanitario nazionale. E una riflessione sul ruolo del privato e dei sistemi assicurativi, che dovrebbero tornare a coprire i rischi legati alla non autosufficienza e non ridursi a uno strumento per aggirare le liste d’attesa.
Agire ora o pagare dopo
Il messaggio finale del libro bianco è un appello alla politica. “Il cambiamento da sotterraneo diventerà presto visibile e di grande impatto su tutta la popolazione”, avverte Cristina Messa, ordinario di Diagnostica per immagini all’Università di Milano-Bicocca. “Agire ora significherebbe un’importante assunzione di responsabilità da parte del decisore politico, per trasformare quello che oggi viene definito un silver tsunami in una vera onda di rinnovamento per l’intero Paese.”
Oggi il sistema regge grazie a un equilibrio fragile fatto di famiglie, spesa privata e soluzioni emergenziali. Ma questo equilibrio non è più sostenibile. Senza un ripensamento strutturale e organizzativo, ma al tempo stesso tecnologico e culturale, il divario tra anni di vita e anni in salute continuerà ad allargarsi. E a pagarlo non sarà solo il sistema sanitario, ma l’intero tessuto sociale.


