Emofilia, centri a rischio senza specialisti: medici richiamati dalla pensione

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Ci sono medici già in pensione che tornano nei centri emofilia a lavorare come volontari o consulenti, perché altrimenti quei reparti non reggerebbero. Non è un caso isolato. Succede in più regioni d’Italia. E riguarda anche altri reparti ospedalieri, dove la carenza di personale spinge le strutture a richiamare professionisti a fine carriera pur di garantire l’assistenza.

L’Italia ha costruito in decenni una rete di centri specializzati considerata un modello a livello europeo. Ma oggi quella rete è appesa a un equilibrio fragile: i medici che l’hanno costruita stanno andando in pensione e non ci sono abbastanza nuove leve per sostituirli. Nel frattempo la ricerca mette a disposizione terapie sempre più avanzate, che richiedono competenze altamente specializzate per essere prescritte e gestite.

Il paradosso: più cure, meno specialisti

È il quadro emerso in occasione della XXII Giornata mondiale dell’emofilia, al centro del confronto promosso a Roma da FedEmo.

“Il tema scelto per la XXII Giornata mondiale dell’emofilia mette al centro una delle questioni più urgenti per il futuro dell’assistenza: il riconoscimento e la formazione di personale sanitario specializzato in emostasi e trombosi”, ha detto il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato.

“Sappiamo bene quanto il sistema dei Centri emofilia italiani abbia rappresentato negli ultimi anni un modello di eccellenza, grazie alle professionalità dei medici che hanno accompagnato intere generazioni di pazienti. Tuttavia, oggi molti di questi specialisti stanno concludendo il proprio percorso professionale e il rischio di un insufficiente ricambio generazionale rende ancor più urgente promuovere percorsi accademici dedicati, capaci di valorizzare tali competenze e favorire l’ingresso di nuove professionalità altamente specializzate”.

Centri fragili e ricambio bloccato

In Italia si contano oltre 9mila persone con malattie emorragiche congenite. La rete dei centri è distribuita in modo disomogeneo e spesso si regge su uno o due specialisti.

“Molti Centri emofilia oggi reggono grazie all’impegno di pochi specialisti, spesso prossimi al pensionamento, o in alcuni casi già in pensione che prestano attività di volontariato o consulenza – sottolinea Cristina Cassone, presidente di FedEmo – Senza un ricambio strutturato, la continuità di cura dei pazienti rischia di essere compromessa. La Giornata mondiale dell’emofilia vuole essere un punto di partenza per trasformare questo confronto in proposte concrete”.

“Non possiamo garantire un ricambio generazionale e questa carenza sta diventando cronica, purtroppo, in tutte le regioni d’Italia – aggiunge – L’intento di oggi è creare un profilo dedicato: un esperto in emostasi e trombosi che abbia un proprio titolo autonomo, spendibile all’interno dei bandi di concorso, che ci permetta di strutturare i nuovi medici”.

Formazione e riconoscimento professionale

Il tema non riguarda solo i numeri, ma anche il riconoscimento del ruolo e delle competenze.

“Il fatto critico è che non ci sono più colleghi che vogliano dedicarsi a questo tipo di attività ed è necessario capirne le ragioni, come le difficoltà di accesso al mondo del lavoro. Non si può pretendere che le persone facciano volontariato per anni, perché è un mestiere che prevede un grosso impegno da molti punti di vista”, ha detto Francesco Riva del Cnel.

“È necessario che il medico specialista sia davvero preparato, perché è colui che prescrive la terapia. In tale contesto, l’impegno del Cnel è proprio questo: aprire un tavolo tecnico con Fnomceo, università e istituzioni”.

Una rete da rafforzare contro l’emofilia

Il sistema dei centri emofilia resta un punto di riferimento. Ma oggi mostra segnali di fragilità.

Tra pensionamenti, mancanza di percorsi formativi dedicati e difficoltà nei concorsi pubblici, il rischio è quello di non riuscire a garantire continuità assistenziale.

Il confronto aperto dalla Giornata mondiale dell’emofilia punta a trasformare queste criticità in interventi concreti. Il nodo resta strutturale: senza nuove competenze, anche i progressi terapeutici rischiano di non tradursi in cure accessibili per tutti i pazienti.

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