Dal caso Brignone a Milik, come cambiano oggi i tempi di recupero degli atleti dopo un infortunio

Oltre cento giorni di lavoro prima di rimettersi gli sci ai piedi e tornare a competere e a vincere due ori olimpici. Il percorso di Federica Brignone dopo il grave infortunio della scorsa stagione ha mostrato al grande pubblico qualcosa che la medicina sportiva sa da tempo: tornare come prima non è un evento, è un processo. Lungo, strutturato, fatto di fasi precise e di variabili che cambiano da caso a caso. E non riguarda solo i campioni.

Perché la stessa domanda che si pone un atleta professionista, “quando posso tornare?”, se la pone anche chi si rompe un legamento giocando a calcetto la domenica, chi si opera al menisco, chi vuole riprendere a correre dopo mesi di stop. La biologia è la stessa. Cambiano gli obiettivi, la pressione, gli strumenti disponibili.

Ne abbiamo parlato con il Dott. Luca Stefanini, medico chirurgo specialista in Medicina dello Sport e general manager di Jmedical clinica specializzata in traumatologia sportiva e cure multidisciplinari. Da anni Stefanini lavora quotidianamente con atleti di alto livello e pazienti comuni, in una struttura in cui le due realtà si incontrano e si contaminano.

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La struttura sanitaria è situata nell’area contigua allo Juventus Museum, nel settore est dell’Allianz Stadium di Torino

Il caso di Federica Brignone, con oltre 100 giorni di lavoro al Jmedical prima del rientro, mostra quanto il recupero oggi sia un processo lungo e strutturato. Cosa significa davvero “tornare come prima” dopo un infortunio importante, per un atleta e anche per una persona comune?

Partendo da questo caso clinico, occorre sottolineare che esistono protocolli e processi di standardizzazione del recupero post-infortunio, ma la cosa fondamentale è analizzare e personalizzare il più possibile il singolo evento. Ci sono variabili legate alla tipologia di infortunio, al livello dell’atleta e alle sue esigenze. Ogni caso fa storia a sé. In particolare quello di Federica Brignone è stato un infortunio che va al di là delle classificazioni standard, raro e molto complesso da gestire per una serie di caratteristiche non solo cliniche. Il concetto chiave è che ogni infortunio risponde a protocolli riabilitativi, ma deve essere analizzato a 360 gradi come un unicum.

Negli ultimi anni si parla molto di rientri sempre più rapidi. I tempi di recupero si sono davvero accorciati o è cambiato il modo di gestirli?

Oggi è fondamentale distinguere tre fasi del recupero: return to play, return to sport e return to performance. Return to play significa tornare ad allenarsi, per esempio in una squadra. Return to sport è il ritorno alla competizione, quindi tornare a giocare una partita o a fare una gara. Return to performance è l’ultima fase, cioè il ritorno al livello precedente all’infortunio. Quando si parla di tempi di recupero bisogna chiarire qual è l’obiettivo: tornare a praticare sport, tornare a competere o tornare alla performance.

Quest’ultimo è il vero focus per un atleta perché dopo un infortunio c’è la necessità di recuperare non solo la possibilità di competere, ma anche la qualità della prestazione. Nella maggior parte dei casi, quando si torna a competere non si è ancora al livello pre-infortunio. Serve tempo ulteriore. Per questo parlare genericamente di “tempi di recupero” può essere fuorviante se non si specifica a quale fase ci si riferisce.

Quanto pesano età, disciplina, tipo di infortunio e componente mentale?

Sono tutti elementi fondamentali e possono rappresentare sia un limite sia un vantaggio. L’età, per esempio: un atleta giovane recupera più velocemente, ma ha meno esperienza rispetto a un atleta più maturo, che conosce meglio il proprio corpo e sa gestire meglio il percorso. La componente mentale è decisiva, è ciò che distingue il campione. L’approccio alla riabilitazione, l’attenzione al dettaglio, alla nutrizione e a tutto ciò che ruota attorno al recupero fanno la differenza. Il grande atleta riesce a vivere l’infortunio come un’opportunità, sfruttando quel periodo per lavorare su aspetti che durante la stagione magari vengono trascurati. In questo senso, anche un evento traumatico può diventare anche un momento di crescita. Anche la disciplina conta: ci sono sport più esposti a traumi. Uno sciatore, ad esempio, è più abituato a gestire infortuni rispetto a un nuotatore.

Il General Manager del centro, Dott. Luca Stefanini
Il General Manager del centro, Dott. Luca Stefanini

È notizia recente il nuovo infortunio di Arkadiusz Milik attaccante juventino, fermatosi di nuovo dopo il rientro in campo. Nel lavoro quotidiano, qual è l’equilibrio tra accelerare il rientro e proteggere la salute a lungo termine dell’atleta? Esiste ancora una pressione per forzare i tempi?

Esistono fattori di rischio intrinseci, legati alle caratteristiche dell’atleta, come l’età o gli infortuni pregressi, e fattori estrinseci, come la metodologia di allenamento o il calendario delle competizioni. Questi ultimi sono modificabili. Nel mondo professionistico esistono pressioni legate alla performance, è inevitabile. Il compito del medico è trovare un equilibrio tra ridurre i tempi di recupero e rispettare i tempi biologici di guarigione. Non bisogna dimenticare che il muscolo di un atleta impiega lo stesso tempo di quello di una persona comune a guarire. L’atleta però lavora per ottimizzare questo processo con terapie ed esercizi mirati. Non esiste il rischio zero: l’obiettivo è ridurre al minimo il rischio di recidiva.

Possiamo dire come sta Milik?

Milik ha avuto un infortunio muscolare, nulla di particolare. Ha già iniziato le cure e riprenderà senza problemi.

Strutture come Jmedical seguono sia atleti professionisti sia pazienti non sportivi. Quanto le metodologie dello sport di alto livello sono trasferibili alla pratica clinica quotidiana?

La convivenza tra sportivo e paziente consente uno scambio continuo. Lo sportivo professionista ha la necessità di accelerare i tempi di recupero e questo porta allo sviluppo tecnologico e all’utilizzo di apparecchiature avanzate. Ne beneficia anche il paziente. Penso, per esempio, al tapis roulant antigravitazionale, che consente di ridurre il carico e anticipare il ritorno alla corsa. Allo stesso tempo, l’esperienza con i pazienti permette di aumentare la casistica e migliorare i protocolli riabilitativi. Non va dimenticato che, dopo infortuni importanti, anche un atleta può dover reimparare a camminare. L’attenzione ai piccoli progressi diventa fondamentale anche per lui.

Guardando ai prossimi anni, cosa cambierà nella medicina dello sport? Dove si gioca oggi la vera innovazione?

L’innovazione riguarda sia la tecnologia sia la gestione dei dati. L’intelligenza artificiale può aiutare a migliorare gli aspetti diagnostici e i protocolli riabilitativi. Per esempio, abbiamo sistemi che migliorano la qualità delle immagini e riducono i tempi degli esami. Ma soprattutto, la raccolta e l’analisi dei dati possono portarci verso una predizione degli infortuni. L’obiettivo è individuare sempre prima i segnali di rischio e intervenire precocemente.

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