Hantavirus, Vaia a Fortune Italia: “La prevenzione parta dalle città, serve un approccio One Health”

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“Nessun allarmismo”. Lo ribadisce con fermezza ai microfoni di Fortune Italia Francesco Vaia, componente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e già direttore generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute. I risultati negativi emersi finora sui casi sospetti monitorati in Italia confermano che il focolaio di hantavirus legato alla nave MV Hondius va affrontato con attenzione ma senza alimentare paure collettive.

“La cattiva comunicazione della pandemia ci ha insegnato che l’allarmismo deprime l’opinione pubblica e crea una psicosi inutile”, spiega Vaia. “Dobbiamo affrontare questi problemi con determinazione e coraggio, sapendo che viviamo in una società globalizzata nella quale le zoonosi e le malattie emergenti possono ripresentarsi”.

Secondo l’ex direttore dello Spallanzani, il punto centrale non riguarda soltanto vaccini e farmaci. “È giusto andare avanti con la ricerca e con le innovazioni farmacologiche, ma ci sono momenti nei quali questi strumenti non sono indispensabili. Serve una prevenzione a tutto tondo”.

“Le città devono ripensare prevenzione e salute pubblica”

Per Vaia la questione riguarda soprattutto il modo in cui vengono gestiti gli spazi urbani e ambientali. “Il problema nasce quando i roditori proliferano in aree con accumuli di immondizia, fiumi sporchi e degrado urbano”.

Da qui l’appello a rafforzare politiche di derattizzazione, disinfezione e tutela degli spazi pubblici nelle città. “I sindaci e le aziende sanitarie devono coordinarsi molto di più. Bisogna preservare i parchi, fare attenzione alla gestione dei rifiuti urbani, intervenire prima che emergano le criticità”.

Vaia collega il tema dell’hantavirus a un problema più ampio di prevenzione sanitaria. “Tra poco parleremo di West Nile o Dengue e ogni anno ci ritroviamo nella stessa situazione. Invece dovremmo lavorare prima, con politiche strutturali di prevenzione attiva”.

La strategia “One Health”

Per Vaia la gestione delle zoonosi richiede anche un cambio di approccio culturale e sanitario. “Serve una visione unitaria“, spiega. “I medici che si occupano della salute umana e i veterinari che si occupano della salute animale devono lavorare insieme, condividere dati e informazioni”.

Il professore richiama così il modello “One Health”, l’approccio promosso anche dalle organizzazioni sanitarie internazionali che collega salute umana, salute animale e tutela dell’ambiente. “La nostra società deve adeguarsi al fatto che le zoonosi possono diventare sempre più frequenti”, osserva. “Per questo servono prevenzione attiva e una visione integrata”.

Il tema dell’aerosol e dei ricambi d’aria

Uno dei punti su cui Vaia insiste maggiormente per la prevenzione dell’hantavirus riguarda la qualità dell’aria e la ventilazione negli ambienti chiusi, tema già emerso durante la pandemia di Covid-19.

“C’è il tema dell’aerosol, del microclima e dei ricambi d’aria nei cinema, nei teatri, negli uffici ma anche sulle navi”, spiega. Secondo Vaia, sarà importante capire meglio la dinamica epidemiologica del focolaio sulla MV Hondius e verificare se alcuni contagi di hantavirus possano essere stati favoriti proprio dalla circolazione dell’aria negli spazi chiusi della nave.

“Probabilmente più aerosol che droplets”, osserva. “Ed è un tema che ci riporta alla necessità di riprendere il discorso sui ricambi d’aria, che durante il Covid avevamo affrontato ma poi lasciato da parte”.

“Non bisogna aumentare o abbassare l’attenzione”

L’ex direttore dello Spallanzani invita anche a evitare formule come “alzare il livello di allerta”. “Non si tratta né di aumentare né di abbassare l’attenzione”, spiega. “Bisogna monitorare in modo attivo, usare gli strumenti di tracciamento, testing e osservazione”.

Secondo Vaia, il lungo periodo di incubazione del virus Andes, che può arrivare fino a sei settimane, non deve creare allarme ma richiede semplicemente un monitoraggio costante dei contatti. “Sappiamo che i sintomi nella maggior parte dei casi emergono nelle prime settimane, ma possono comparire anche dopo. Per questo le persone vanno tenute sotto osservazione”.

“Siamo più preparati rispetto al Covid, ma serve fare di più”

Per Vaia oggi Italia ed Europa sono comunque più preparate rispetto agli anni della pandemia. “L’esperienza ci ha dato maggiori conoscenze e questo è già un passo avanti”, afferma. “Ma bisogna fare ancora di più”.

Tra le priorità indicate dal professore ci sono il rafforzamento delle terapie intensive, il coordinamento tra laboratori e il potenziamento delle reti di virologia e microbiologia. “Dobbiamo investire di più in questi settori”, sottolinea.

L’obiettivo, conclude, deve essere quello di sostituire la paura con la capacità di risposta. “Oggi non è il giorno dell’allarme. È il momento di un’osservazione attenta e attiva, mentre cerchiamo di capire davvero cosa sia successo su quella nave”.

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