Una rara sindrome, estremamente insidiosa, che colpisce i gemelli. E una nuova tecnica laser – detta ‘intervento Robin Hood’ – per risolvere il problema, con una precisione degna del celebre arciere, quando i piccoli sono ancora nella pancia della loro mamma. È una buona notizia quella che arriva dal Policlinico Gemelli di Roma, relativa al trattamento in utero della sindrome da trasfusione feto fetale.
Questa complicanza riguarda ogni anno in Italia circa 300 gravidanze gemellari monocoriali (due gemelli con una sola placenta). Uno dei piccoli ‘dona’ troppo sangue all’altro e si crea uno squilibrio, con un feto ipoperfuso e l’altro sovraccaricato di sangue. Come spiegano gli specialisti del Policlinico romano, si tratta di una patologia ostetrica di nicchia, ad alto rischio di mortalità per uno o entrambi i piccoli.
Oggi però la fetoscopia laser permette di risolvere la situazione. Finora a Roma sono stati una decina gli interventi effettuati dallo scorso autunno dall’équipe del professor Tullio Ghi, ordinario di Ginecologia e Ostetricia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della UOC di Ostetricia e Patologia Ostetrica di Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli. Cerchiamo di capire meglio di che si tratta.
Numeri e caratteristiche di questa sindrome
“La sindrome da trasfusione feto-fetale complica circa il 15% delle gravidanze gemellari con una sola placenta (monocoriali) che rappresentano una su 3 di quelle gemellari”, spiega Elisa Bevilacqua, assistente di Ghi. “Si tratta di una patologia dell’architettura vascolare della placenta”. Se il sangue passa in modo bilanciato non ci sono problemi; altrimenti si realizza la condizione di un feto ‘donatore’ (che svilupperà ipoperfusione degli organi vitali e poco liquido amniotico) e di uno ‘ricevente’ (con cuore e circolazione sovraccarichi per eccesso di sangue in circolo e tanto liquido amniotico).
“In queste condizioni, il rischio di mortalità in utero o di parto molto prematuro (prima di 25 settimane) è molto elevato”, aggiunge l’esperta, sottolineando l’importanza per le gravidanze gemellari monocoriali della sorveglianza: “Le donne devono fare ecografie fetali con Doppler ogni 15 giorni. Questo permette di fare diagnosi precoce e, se necessario, di offrire un trattamento tempestivo, mediante chirurgia in utero. Quando il quadro ecografico mostra uno sbilanciamento del liquido amniotico e flussi sanguigni alterati a carico degli organi vitali di uno o entrambi i gemelli – spiega la dottoressa Bevilacqua – si pone indicazione all’intervento, per ristabilire un’equa ripartizione del sangue tra i due gemelli”.
La terapia in utero
“Ci sono diversi centri in grado di affrontare questo intervento al Nord, ma al Centro Sud c’è solo Roma con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e il Policlinico Gemelli. Si tratta di interventi complessi, ma il Gemelli è in grado di offrire a queste donne e ai loro bambini un gran numero di specialisti in tutte le discipline, offrendo loro un percorso assistenziale completo e virtuoso che comprende anche la gestione del parto”, rivendica Tullio Ghi, ricordando che “quello della chirurgia fetale un progetto ambizioso, voluto dal compianto professor Giovanni Scambia”.
Con la chirurgia in utero per la correzione della sindrome da trasfusione feto fetale è stato documentato uno straordinario miglioramento clinico: “Fino al 60% di sopravvivenza senza danni neurologici di entrambi i gemelli e fino all’80% di almeno un gemello”, ricorda Ghi. Senza trattamento, invece, la sindrome ha una probabilità di morte per i gemelli in oltre il 90% dei casi.
Il laser che cura i gemelli
Il cosiddetto intervento ‘Robin Hood’ è una laser-coagulazione fetoscopica delle anastomosi placentari. Complicato? In effetti è una tecnica endoscopica che, come spiega la dottoressa Alessandra Familiari, “consiste nell’entrare con una minuscola telecamera all’interno dell’utero, attraversando la parete addominale. Questo ci permette di individuare con precisione millimetrica la posizione dei vasi ‘colpevoli’”. A quel punto, dalla stessa porta d’ingresso viene inserita anche una fibra laser che servirà a ‘coagulare’ (cioè a bruciare) i vasi sanguigni che determinano lo scompenso di circolazione tra i due feti.
“Con questo intervento – continua Familiari – separiamo le circolazioni dei due gemelli, andando di fatto a dividere in due una placenta unica e impedendo così un passaggio di sangue anomalo da un bambino all’altro. È una procedura molto delicata e le prime 48 ore sono quelle più critiche”, conclude la specialista.

